Entrammo — che il sole precipitava — per l'antica porta di Recanati: su le mura festoni di piante selvatiche; sull'arco della porta una tiara, un nome di un pontefice, un'iscrizione latina.
Per questa porta entrò un tempo Pietro Giordani, apostolo e peregrino di una fede che oggi pur muore, ad incontrare e conoscere il genio dell'Italia nascente: di qui partì in cerca di sua morte eroica per la libertà della Grecia, il conte Broglio d'Ajano abbandonando genitori, famiglia, tutto! Di qui tre volte ripartì Giacomo Leopardi per ricercare, nel suo sublime errore, uomini veri nel vasto mondo: e a Roma, come a Napoli, come a Milano, come dovunque, era il natio borgo selvaggio e la gente vile!
Dentro la stretta via, che seguita a salire, era già buio: era già buio anche perchè di qua e di là del selciato a conca, le case sono assai da presso, case grige, con certe finestrine piccole piccole. Vedemmo però ancora della gente su gli sporti col deschetto da calzolaio giacchè, come mi dissero poi, il lavoro delle scarpe è una delle industrie di Recanati. Quella tranquilla gente ci seguiva con lo sguardo con molta curiosità: poi parlavano fra di loro.
Ma da una di quelle finestrelle, fra i garofani, ecco sporse una testolina di giovanetta, nera e curiosa come capo di rondinella dal suo nido sospeso. Non so come un nome mi si presentò: Nerina! e le palpebre degli occhi miei, che sono in verità assai stanchi ma non piangono più, cominciarono a battere per il fantasma di un nome d'amore!
Ma non molto si sale, che la via spiana, gli edifici si allargano, si innalzano alti, signorili, per una via che è la principale e segue con sinuoso e lungo arco la cresta del colle su cui sorge la città. L'austerità e l'abbandono della città antica si congiungono a non so quale lindura e decoro moderno, e tutto sembra dire: “Signore, se voi veniste quassù con l'intendimento di trovare il borgo selvaggio, disingannatevi. L'ossequio al grande nostro Poeta non ci impedisce di notare un errore di passione, che d'altronde voi stesso potete riconoscere con gli occhi vostri.„
Segno notevole: non fummo perseguitati da mendicanti, non inseguiti da monelli. Questi caratteri di civile progresso più nettamente appaiono quando si giunge alla maggior piazza che porta il nome del Poeta.
Quivi sorge la magnifica torre medioevale, da cui viene il suon dell'ora, quivi il palazzo Municipale, opera grandiosa e moderna, sorta da poco su le demolizioni dell'antico, per collocare in degno luogo il monumento al Poeta.
Il quale monumento, eretto anni addietro, è opera giovanile dello scultore Ugolino Panichi. Di prima vista la statua del poeta in abito di società, ma con sopra una doppia cappa filosofica che arriva sino ai piedi e disegna la gobba, con una enorme testa ignuda, china a terra, è realisticamente suggestionante. Troppo realisticamente! Ma questa osservazione mi venne fatta il dì seguente dall'illustrissimo signor conte G. Leopardi, il quale mi raccontò come uno, appunto della famiglia Leopardi, essendosi abbattuto nel troppo realista scultore, gli chiese: “È lei quello che fa i pupi? Ma lì i ragazzi ci vedranno il bau-bau!„
A Recanati, come poi mi dissero, non poche sono le famiglie ricche, molte le famiglie agiate e di media cittadinanza, laborioso il popolo, fertili e ben coltivate le terre circostanti, così che quel riposato benessere che si vede, esiste anche nella sostanza. A tale proposito degno di ricordo è il fatto che, nel maggio del '98, un capitano, mandato colassù per i tumulti, si occupò specialmente di studi Leopardiani, ed i soldati della sua compagnia fecero, io credo, lo stesso, considerando le somiglianze e le differenze tra le molte vezzose Silvie e Nerine del luogo.
Quest'egregia popolazione ha però avuto il torto di credere che una festa di tal genere, come il centenario leopardiano, potesse attirare delle moltitudini, e maggior torto ebbero di prolungarla per più di un mese.