Un altro giorno, stralunando gli occhi, hanno detto «Tu sei il demonio in figura di Venere! Fuggite, fuggite la demoniaca, la insaziabile!» Ma in verità non fuggivano. Gridavano come i passeri attorno alla civetta.

Ed è altresì vero che tutto il lavoro del mondo se lo è preso lui, l’uomo: alla donna niente!

«Alla donna, con la scusa che non capiva, le si vietò persino di affacciarsi alla finestra e di contemplare il creato!» — gridò Santippe.

E i poeti? Sono poco illogici i poeti?

Essi hanno celebrato continuamente i denti, gli occhi, i capelli ed altre cose della donna.

«Mai la nostra intelligenza, mai il nostro cuore....»

«Sì, signora Santippe, qui posso convenire con lei! Francesco Petrarca impiegò tre lunghe canzoni per lodare gli occhi della sua donna....»

«Che dovevamo noi celebrare, la barba, i piedi dell’uomo?» gridò ancora Santippe.

«Sì, signora Santippe; ed io non escludo che la donna lusingata da tutto quel gorghèggio abbia avuto come una spinta ad ingrandire gli occhi, ad allungare i capelli, a cambiarli di biondi in bruni e viceversa, ad impicciolire i piedi, ad affusolare le mani, e specialmente a prendere quell’aria di bambolina, profumata di paciulì e con la voce di flauto, che costituisce, anche nei tempi nostri, la qualità che l’uomo stima di più nella donna. Ammetto tutto questo e convengo che Archiloco ebbe torto, signora, e fu un prepotente.

Potrei recare altro esempio di torti e di prepotenze in poeti posteriori, anche più grandi di Archiloco. Per esempio, Dante.