Perchè questo paragone è stato fatto, ma è erroneo per molte ragioni, fra cui non ultima è questa: che Socrate dichiarava apertamente di non saper nulla; e un professore che oggi dicesse così, verrebbe squalificato, nè alcun merito avrebbe per aver, forse, dichiarato il vero.
A me, dunque, pare di vedere questo vecchio Socrate per le vie di Atene. Egli conosceva tutti nella sua cara città e da tutti era conosciuto. Fermava la gente, ammiccava con quei suoi occhi grossi, sorrideva, si studiava di parere piacente, anzi allettatore. In quella città loquace come le sue cicale, egli era loquacissimo con tutti. Fermava la gente e diceva:
— Amico, bada a me, io sono un buon mezzano: sai che ci stanno di belle giovinette lassù? Di’, le vogliamo andare a trovare?
— Sì bene, o Socrate, e come si chiamano esse?
— Una si chiama Aretè (Virtù), l’altra Enkràteia (Temperanza): e poi c’è Dike (Giustizia), c’è Sofrosine (Saggezza).
— Sta buono, Socrate; tu hai tempo da perdere: lasciami andare per le mie faccende.... Dike è un pezzo che ha abbandonato il mondo degli uomini. Lo dice anche Esiodo. Si vede che fra noi non ci stava troppo bene ed ha chiesto a Giove il passaporto.
— Ma di’, amico, non vogliamo noi diventare belli e buoni, e richiamare in terra la nobile Dike, anche se ella si è disgustata di noi, e promettere di non farle più oltraggio? E non ci piglieremo noi cura della bellissima Aretè, figlia abbandonata? E non ti pare ella cosa per cui noi saremmo superiori agli Dei, non fare mai oltraggio e torto a nessuno, nemmeno, sì, nemmeno ai nostri nemici?
— Sono cose troppo difficili. Io credo che sarà bene rimandarle per un’altra volta. Ora preferisco ragazze di più dilettevole genere che la non più giovane signorina Aretè. Sai che c’è in Atene Cleonetta, Socrate caro? È il più bel fiore che io abbia mai visto sbocciare nei giardini umani; essa poi è stata qualche tempo a scuola a Mitilene, nell’isola di Lesbo, ed è sbarcata, or non è molto, piena di sapienza e di entusiasmo.
— Oh, amico, — gli rispondeva Socrate, — pensa a questa cosa: le tarantole che sono ragni grandi non più di mezzo òbolo, se toccano l’uomo con la bocca, lo straziano e gli fanno perdere il giudizio. Se tanto arriva a fare una bestia così piccola, pensa che cosa può fare una bestia così grossa con i suoi baci! E poi, di’ un po’, dov’è la dignità dell’uomo, dov’è la libertà dello spirito, ed anche la sanità del corpo a star lì, appiccicato ad una donna, a domandare la carità dei baci come un mendicante?
— Avrai ragione anche qui, non ti dico di no. Ma se tu mi incominci a far della morale, ti saluto gioia della vita! Preferisco Cleonetta.