E quegli se ne andava.
E allora Socrate ne fermava un altro: — To’, senti: io ho una vergine, la più bella di tutte le donne....
— Più di Leena? più di Cioè?
— Più di tutte.
— Vediamo se la conosco. Si chiama?...
— Eleuteria (Libertà).
— Va, pazzerellone! Eleuteria? La libertà? Vergine costei? Vecchia baldracca ella è! Non c’è nessuna spia, vero? nessun sicofante c’è qui vicino che ci ascolti? Bene, senti, Socrate mio: io non ne posso più della libertà, siamo soffocati dalla libertà, qui in Atene. Come si stava bene quando il lacedemone Lisandro inaugurò coi suoi trenta Tiranni il sistema della cuffia del silenzio e delle verghe! I galantuomini potevano vivere in pace, in quei giorni di stato d’assedio. Oggi la libertà è tutta a beneficio dei politicanti e dei birbanti. Oh, ma non ti scappi mica per detto, sai!
— Ma io non ti parlo, o ammirabile uomo, di quella libertà; ma di un’altra libertà ben più vera: la libertà dell’animo io voglio dire.
— Bravo, Socrate, e di quella poi cosa me ne faccio? Mi dovrò regolare io con la mia testa e non con la testa degli altri? Ma sai che è una vaga fatica questa che mi vuoi far fare tu? No, caro Socrate, la libertà dell’anima sarà una cosa assai bella; ma, credi, non è pratica.
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