— Bravo, — rispose l’allegro Ateniese, — e i miei affari allora? Ci badi tu ai miei affari? Dare la scalata all’Olimpo? All’Olimpo della ricchezza, del gran chic, eh, eh! ci starei. Ma all’Olimpo degli Dei, oibò, Socrate! Oh, ma guarda, Socrate, Socrate, già che tu mi costringi a pensare anche con la mia testa, guarda un po’: gli Dei poi in fin dei conti cosa sono? un gran chic, un gran snob. Te lo dimostro subito: noi andiamo a piedi o a cavallo, se abbiamo il cavallo: loro vanno in processione sulle nubi: noi soffriamo qualche volta di indigestione, essi no: essi godono il piacere della guerra, ma evitano la noia di farsi del male o di morire: essi si divertono a mettere al mondo figliuoli, ma hai visto mai Giunone fasciare ed allattare marmocchi o Giove condurli a scuola? «Gli Dei dinanzi al piacere posero il sudore!» hanno sentenziato gli Dei. Bella sentenza! Per i minchioni, però. Hai visto mai un Dio sudare? Mai! Bensì dall’Olimpo loro si divertono a veder sudare gli uomini e dicono: «Oh, gli industri uomini!» Dunque sì, Socrate, io voglio essere simile agli Dei, cioè stare in panciolle, libero di godere e niente lavorare.
— Altri, altri Dei più veri e più grandi.... — disse Socrate.
— Questi li hai tu nel tuo cervello strambo, o Socrate. Va là, non mi far pensare! Sai tu perchè Giove ha quella bell’aria gioviale; è sereno, olimpico, beato, ed è decorato di quella bella barba nero-turchina, con quella capigliatura solida che gli ha appiccicato Fidia? Perchè pensa poco, caro! Perciò non ha mai mal di testa. La sola volta che se la sentì un poco pesante, prese una purga e venne fuori Minerva: una dea, sia detto fra noi, un po’ turbolenta e seccante, benchè sia la protettrice della nostra città.
E colui se ne andava.
*
Colui se ne era andato; ed ecco cautamente un leggiadro giovanetto si accostò a Socrate. Questo giovanetto oltre che leggiadro e ben vestito, era anche molto prudente. Il suo nome era Iscomake. Costui era innamorato di una bella giovinetta, la quale filava virtuosamente la lana nel gineceo, con le ciglia abbassate, accanto alla cara madre.
Ora Iscomake vedeva sotto le grandi ciglia abbassate modestamente della sua cara fanciulla passare un lampo delizioso che gli metteva i brividi addosso, e quel lampeggiare diceva: «Iscomake, Iscomake, sapessi come mi annoio qui, nel gineceo, a filare, soletta soletta, la lana, e come mi è faticoso oramai essere savia, savia, savia, come mi dice sempre la mamma!»
Anche vedeva quel suo bianco piccolo piede nudo, sorretto da un sottile calzare che le dava una grazia ed una venustà senza pari; sentiva l’umido profumo della sua chioma nera e delle sue carni di ambra.
Dunque Iscomake era molto innamorato ma anche molto prudente. Egli perciò, sapendo della grande sapienza di Socrate, gli domandò: — Socrate, faccio bene o faccio male a prender moglie?
E Socrate contemplò con quei suoi occhi la ingenua giovinezza di Iscomake, e disse: — Io dico, Iscomake, che quale di queste due cose farai, tu te ne pentirai.