— Oh, Socrate, — disse il giovane. — quale risposta è la tua! Pensa che i miei genitori e i genitori di lei oramai tutto hanno disposto perchè le nozze avvengano nel più breve tempo, ed io altra cosa non desidero più ardentemente. La mia domanda a te, che sei savio, voleva piuttosto dire questo: «che cosa è il matrimonio? come devo comportarmi verso quella che amo, e come lei verso di me, affinchè noi possiamo condurre una vita felice?»
E Iscomake cominciò a lagrimare, come quegli che vedeva per quella strana risposta un’ombra lugubre distendersi sull’orizzonte della sua vita.
— Io ti rispondo come è veramente: io ti dico, Iscomake, — disse Socrate, — che tu farai male a non prender moglie, e la ragione è questa: perchè la casa dell’uomo senza la donna è infinitamente triste. Il focolare di Vesta, o amico, non arde e non riscalda, se Vesta, la dea, cioè la donna, manca nella casa.
— Ed allora, perchè, o Socrate, io mi pentirò lo stesso se prenderò moglie?
— Perchè tu, Iscomake, credi che il matrimonio sia la soddisfazione del piacere, mentre è la soddisfazione della saviezza.
— Oh, per questo, Socrate, — disse Iscomake, — sta pur sicuro che i miei genitori mi hanno allevato bene: mio padre mi ha sempre detto: «il tuo dovere, Iscomake, è di esser savio».
— Bene, Iscomake. E la tua sposa? È savia anche lei?
— La madre di lei, — rispose Iscomake, — le ripete sempre: «il tuo dovere, figliuola, è di essere savia».
— Sa tessere e filare?
— Sa tessere e filare.