— Docilmente e silenziosamente?

— Io credo di sì, Socrate.

— Hai osservato anche se per caso non abbia disposizione a consumare in un mese quello che deve bastare per un anno? a comparire più bella di quello che è, perchè il matrimonio — bada! — è anche la società di due corpi!

— Ha quindici anni soltanto, Socrate. Ma io credo che sia massaia, silenziosa, docile, modesta. Però ti dico che a tutte queste cose non ho mai pensato. Ad ogni modo io farò come fanno tutti gli altri Ateniesi che hanno moglie: provvederò che le serrature del gineceo chiudano bene.

— Sì, ma questo che si usa in Atene, non è, o Iscomake, il matrimonio come fu stabilito dal Dio che ha costruito il mondo, — disse Socrate.

— Che cosa ha stabilito il Dio, quello che tu chiami il costruttore del mondo?

— Ha stabilito che il matrimonio fosse una specie di giogo, o tiro a due, rappresentato da un uomo e da una donna. Ti spiegherò meglio: una società mutua in cui le condizioni dei due contraenti, cioè dell’uomo e della donna, siano perfettamente eguali e squisitamente leali. Il contratto non sarà leale, se, per esempio, la donna cercherà di apparire più bella col lavorarsi la faccia, o più affascinante col camminare sopra un paio di sandali alti!

— Ed anche se io sono più ricco di lei, lei sarà uguale a me? — domandò Iscomake.

— Anche, Iscomake! Se lei saprà meglio di te amministrare questa società del matrimonio, lei sarà superiore a te. E se la donna sarà migliore dell’uomo, tu sarai ben felice di esserle servo e cavaliere.

— Ma questa cosa non si è mai sentita dire, che la donna sia uguale all’uomo, — disse Iscomake.