— Eppure è proprio così, — rispose Socrate. — L’uomo e la donna sono stati fabbricati con le stesse facoltà, e per questo non si distingue se sia superiore il genere maschile o il femminile. La differenza consiste in questo, che i due sessi non sono adatti per le stesse cose: anzi il Dio punisce l’uomo che fa opera da donna, e la donna che fa opera da uomo. L’uomo è più adatto per le cose esterne; la donna, per le cose interne. La donna ha più affettività, una attività più solerte e minuziosa, un senso di previdenza del pericolo. Alla sua volta l’uomo è più forte ed ha il dovere della intrepidità e della difesa. Perciò i due sessi si completano in quanto l’uno ha bisogno dell’altro.
— E quando la donna diventa brutta o vecchia, — domandò Iscomake, — non la ripudierò io per prenderne un’altra più bella e più fresca?
— Quanto più la donna — disse Socrate — sarà buona compagna, custode di te, dei figli, della casa, tanto più la onorerai, perchè i veri beni si acquistano non con la bellezza, ma con la virtù.
— Ma allora il matrimonio è un esercizio di virtù, — disse Iscomake, molto avvilito. — E tutto questo sacrificio, perchè?
— A vantaggio del genere umano, — rispose Socrate. — Il piacere serve per la vita, ma non è la vita.
Ora Iscomake aveva poco più di vent’anni. Egli aveva pensato a portarsi a casa la sua adorabile giovinetta, e non a lavorare per il genere umano.
Era il volto di Iscomake assai triste e avvilito, nè sapea che rispondere, quando improvvisamente esclamò:
— Ecco, ecco, anche tu, Socrate, ti volti e la guardi!
In quel punto passava Cleonetta, la bella etèra che era stata agli studi nell’isola di Lesbo, ed ora era venuta in Atene a vendere rose; e profumo di rose e di muschio sfuggiva dalla sua persona, come da un’anfora.
— Che mi guardi anche tu, figlio di Sofronisco? — disse la bella etèra. — Sta in pace, Socrate, la deliziosa taràntola non morderà al tuo vecchio cuoio!