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Che cosa abbia poi deliberato il giovanetto Iscomake, noi non sappiamo e ci interessa ben poco. A noi importa di assicurare che il discorso su riferito non è per niente una nostra invenzione: ma è autentico. Esso dimostra che razza di complicazione fosse fin da allora il matrimonio nella mente di quel giudizioso filosofo!
Ah, se invece di un Dio, grande Architetto dell’Universo, fosse stata una Dea, la Architetta, le cose sarebbero passate più semplici e meno melanconiche!
Ma una cosa a me sta a cuore di notare in questi ragionamenti di Socrate ad Iscomake intorno al matrimonio, ed è la questione dei calzari, che noi diremmo delle scarpette.
Si tratta di una seria questione, perchè Socrate dice: «il contratto fra l’uomo e la donna non sarà leale se la donna cercherà di apparire più splendente col tingersi la faccia, o più dominante ed affascinante camminando sopra un paio di sandali alti».
Ora è il vero che un paio di pantofole — invece delle scarpette — rendono una donna antiestetica, e non è questa una scoperta — come ben si vede — fatta ai nostri tempi!
E generalmente accade che una donna preferisce apparire sleale piuttosto che antiestetica per colpa delle pantofole.
Tuttavia è indiscutibile che le pantofole hanno, sotto un certo aspetto, un pregio molto superiore alla questione della lealtà: esse non fanno rumore!
Imaginiamo una moglie che passi come un crotalo da una stanza all’altra, battendo sul pavimento i tacchi alti delle sue scarpette; e un’altra moglie invece che si muove silenziosamente, monacalmente silenziosa entro due pantofole....
Ah, sì! io lo so: un’anima giovane di uomo rimane atterrita da quelle pantofole: egli sogna due tacchi alti in due scarpette lucide. E dato il caso che possano far rumore, ci stende sotto una processione di viole e di rose, o più semplicemente un folto tappeto d’oriente. E dopo le scarpette, sogna due mani carezzevoli ambrate e profumate, che sono il prolungamento tattile di due braccia tenere e poderose insieme, le quali — quando lui torna a casa con la bocca un poco amara per avere mangiato le prime foglie secche della delusione — gli si avviticchiano dietro le spalle; e le mani soavi gli si posano sulle guance, poi sugli occhi. Una voce adorabile dice intanto: «Mi conosci, amore? Chi è? È la tua adorabile sposina?» E spesso le lebbra umidette e ristrette si allungano, si applicano sul volto dell’uomo in un’azione benefica, e, dirò così, antiflogistica, come fa la sanguisuga che porta via le acrità e il mal calore del sangue.