E Socrate, levandosi, disse: — Tu non chiederai inutilmente a me cosa alcuna che sia giusta; ma questa poi è santa! — E si affrettò verso la casa di Assioco. Come vi arrivarono, videro costui il quale giaceva nel letto ed era molto disperato perchè doveva morire. Assioco era stato, come noi diremmo, un lottatore della vita, un uomo politico. Ma allora era assai languido ed afflitto, perchè doveva assolutamente morire.
Socrate, appena lo vide, così gli parlò: — Oh, ma cosa è questo, Assioco? Come? tu che ti sei sempre mostrato valoroso nei finti combattimenti, adesso hai paura di quelli veri? Ma non sapevi tu che la vita è come una peregrinazione, un passaggio? No, non è da uomo nè da Ateniese lamentarsi così.
— Belle parole, Socrate, — rispose Assioco faticosamente, — ma non valgono un fico secco: io ho paura, capisci tu?, quando penso che fra poco sarò senza luce e privato di tutti i miei poderi e delle mie ricchezze, e mi sentirò trasmutato in putrefazione ed in vermini; e questo avverrà in qualunque luogo mi mettano. Sai tu che è orribile?
— Ma tu parli, Assioco, — disse Socrate, — come se dopo morto avessi da tornare ancora vivo! Di’ un po’, Assioco, al tempo del governo di Dracone soffrivi tu qualche male? No, perchè tu non eri ancor nato. Bene, così tu non soffrirai nessun male dopo morto. Dove vuoi che trovi posto il male, se tu non ci sarai più?
— Ma è — ripeteva Assioco — che io voglio bene alla vita e che adesso soffro per il dolore di vedere distrutta la mia vita!
E allora Socrate cominciò, per confortarlo, a raccontare tutti i mali della vita: «Gli Dei filarono ai mortali una dolorosa vita, perchè nessun animale è più miserabile dell’uomo fra quelli che respirano l’aria e strisciano per terra».
E siccome Assioco era stato uomo di governo, e Atene era una città democratica, così Socrate gli parlò di tutti gli inconvenienti della democrazia, come io credo avrebbe parlato di tutti gli inconvenienti della aristocrazia, se Atene fosse stata una città governata a tirannide. — Tu, mio caro, — diceva Socrate, — sei stato come un balocco in mano della plebe: oggi applausi, feste, carezze: domani sei stato fischiato, esigliato, scomunicato. Ti pare? È una bella vita questa?
— Sì, sì, — dice Assioco, — questo è vero. Quel cervello balzano di Aristofane che disse male di tutti, in fine non aveva torto quando satireggiò il Demos; ed io lo so, che ci sono stato dentro. Chi si accosta al popolo è molto più miserabile di lui. Ma anche con tutto questo di morire non ne voglio sapere: io voglio invece diventare vecchio, molto vecchio; ma non morire.
E allora Socrate cominciò dolcemente a persuaderlo che diventar vecchi è una cosa anche più brutta che aver da fare col popolo. — La Natura, vedi, Assioco, ci ha dato la vita come fosse un prestito. Un’usuraia, sai, è la Natura! Se tu non sei disposto a restituirle il suo prestito, cioè la vita, lei te la ipoteca, ti mette le mani alla gola, ti porta via la vista, l’udito. Tu resisti? e lei ti rende paralitico, brutto. Tu resisti ancora? e lei ti rende imbecille come un bambino. Ecco perchè molti vecchi sono come bambini. Credi, Assioco, che la partenza da questa vita non è che un passaggio da un male ad un bene, tanto è vero che gli Dei liberano molto presto dalla vita quelli che essi amano.
— Bravo! — sospirò con amaritudine Assioco. — E allora tu che sai tutte queste belle cose, perchè stai al mondo? perchè non muori anche tu?