— Caro, è qui l’errore, — disse Socrate. — Ma io non so che poche cose, e le più comuni, che sono quelle che ti ho dette. Queste poche cognizioni che io possiedo, le ho comperate da un gran sapiente, che però, bada, se le faceva pagare. Niente per niente. Per alcune cognizioni voleva otto oboli, per altre due dramme; alcune non le cedeva che a quattro dramme l’una. Io ci ho speso tutto quel po’ che mi lasciò il mio povero padre. Ma credi, che ne sono contento, perchè da ora innanzi, o Assioco, la mia anima desidera la morte.

— Be’, contami un po’ su, — disse Assioco, — perchè la tua anima desidera la morte.

E allora cominciò Socrate a dire il sogno delle meravigliose parole. Oh, allora quale olio santo egli recò al morente!

Oh, preti; oh, preti, che al morente ripetete le lugubri parole di non so quale enorme peccato, ed impassibili compite i gesti macabri col crisma, leggete di Socrate, e interpreterete meglio Cristo, redentore nostro!

Perchè Socrate apri le sue labbra e disse: — Oltre alle cose che ti ho dette, vedi, Assioco, vi sono molte e belle ragioni per credere anche nell’immortalità dell’anima. Ma ti pare che una natura mortale avrebbe potuto levarsi a tanta altezza da domare le belve, passare i mari, conoscere il cammino del sole e delle stelle, fondare le città, gli stati, tramandarne la memoria, se non ci fosse in noi uno spirito immortale? Io credo proprio che tu non andrai verso la morte, ma verso la immortalità, o Assioco! Perchè tu devi sapere che l’anima, essendo sparsa per i pori del corpo, si trova come imprigionata in questa materia, e perciò desidera di ritornare al suo luogo proprio, al suo principio, così che non appena ti sarai liberato da questa composizione corporale, tu ti troverai immerso nell’eternità, cioè in una nuova vita senza dolore e senza vecchiaia, dove tu potrai contemplare tutta la verità, viva e fiorente, e potrai ragionare sul serio, mentre sino a qui tu hai ragionato, o per far piacere alla moltitudine o per metterti in bella vista. Consòlati, dunque, consòlati, Assioco: non c’è posto per la morte, perchè non c’è un atomo che essa possa ridurre in niente.

Ma ad Assioco poco importava della prigione del corpo dove si era sempre trovato abbastanza bene, e meno ancora della verità fiorente: voleva sapere di preciso quello che sarebbe accaduto di lui personalmente; e allora Socrate gli parlò della geografia di oltretomba, cosa molto incerta anche allora, cioè di certe beate isole dove vanno a finire i morti.

— Queste beate isole lontane sono circondate dal profondo oceano. Tre volte all’anno la terra ferace matura di per sè rigogliosi frutti e dolci come il miele. Le anime dei morti vi soggiornano libere da ogni affanno. Ma bada, Assioco, che prima di arrivare a quelle isole, si va in una pianura chiamata il luogo della verità perchè lì ci stanno i giudici, e bugie non se ne possono dire, nè i giudici si possono comperare come in Atene. Se nella vita sarai stato buono, o Assioco, se sarai vissuto piamente, allora essi ti imbarcano per quelle isole che si chiamano Fortunate: la primavera lì non finisce mai, gli alberi sono pieni di frutta, vi sono banchetti, danze e molti altri divertimenti, come mi disse un mago che mi ha insegnato tutte queste cose.

*

Quest’ultimo genere di discorso consolò Assioco più di ogni altro discorso.

— Se è così, quasi quasi mi fa piacere di morire, — disse, — benchè morire sia in tale caso un termine improprio, non ti pare, Socrate?