Egli faceva anche, qualche volta, dei graziosi giuochi di prestigio.
«Intelligentissimi signori Ateniesi, — diceva, — io prendo questa pallina nera che, supponiamo, rappresenta la Giustizia. La prendo con la mano destra, delicatamente così! Passa, passa, pallina! La pallina è passata nella mano sinistra. Adesso prendo la bacchetta magica, dico: un, due, tre! Pallina, scompari! E la pallina è scomparsa!»
Tutto ciò si ripete anche oggi: ma bisogna conoscere il trucco.
Ora il popolo Ateniese era molto giovane. La generazione precedente si era affaticata in una lotta spaventosa: aveva sparso fiumi di sangue combattendo contro una barbarie immane che lo aveva minacciato di soffocazione. Ne era uscito vittorioso, perciò ora amava divertirsi e di imparare i giuochi di prestigio, e il loro piacevole trucco.
Per queste ragioni, tutti quelli che avevano figliuoli, pregavano Protagora perchè desse loro delle lezioni private. Molti che aspiravano alla carriera politica, offrivano grosse somme per sapere fare anche loro bene quei giuochi così graziosi delle palline. I giovani di Atene buttarono via dei capitali per potere imparare a parlar bene come Protagora.
Ed è vero che Protagora era un uomo onestissimo, al punto da dichiarare: «Cari signori, fissate voi la ricompensa che credete di darmi; ma non negatemi la ricompensa, perchè chi mi toglie il denaro, mi toglie l’onore».
Fu allora che il ministro della Pubblica Istruzione in Atene propose a Protagora un grosso stipendio, se si fosse degnato di fissare la sua dimora in quella città. Sventuratamente egli non potè aderire perchè era aspettato in Italia; nelle città d’Italia del sud, e ciò unicamente perchè a quei tempi non esistevano le città dell’Italia del nord.
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Un giorno Socrate aveva trovato che le strade di Atene erano spopolate. Era arrivato Protagora, e tutti erano andati a sentirlo.
Anche gli amici di Socrate erano andati a sentirlo.