Platone, che aspirava, sino dalla nascita, a diventare sopra tutto un illustre sapiente accademico, era andato a sentirlo.

Alcibiade, che aspirava all’alta politica, era andato a sentirlo.

Socrate non incontrò che Apollodoro, che era un’anima candida; e Fedone, l’adorabile adolescente che adorava Socrate, perchè Socrate gli aveva trasfuso di dentro il divino martirio dell’anima.

— Che tristezza, — diceva Fedone, — a pensare che tu, Socrate, la devi quasi fermare per il petto la gente perchè ti stia ad ascoltare; e quello lì, invece, basta che arrivi in Atene perchè tutti mettano da parte i loro affari per andare alle sue conferenze. Eppure tu dici le cose come veramente sono. Come sono spregevoli e vani questi Ateniesi!

— No, — disse Apollodoro ancor più tristamente. — È che il popolo ateniese è un popolo gaio. La bellezza, l’illusione, la gioia, ecco quello che il popolo ateniese sente: qui tutti sono d’accordo. Ma tu sei melanconico senza fine, Socrate.

— Ma se, amici miei, — disse Socrate, — voi stessi mi chiamate Sileno, il buono, l’allegro giullare!

— No, Socrate! Triste è la tua anima, tristi sono le tue parole. Tu dici di rispettare le leggi della nostra città, ma io sento che tutto l’edificio fabbricato dagli uomini trema con sinistri rumori dalle fondamenta alle tue parole.

— Io sono l’uomo mansueto, — disse Socrate.

— Ma sotto la tua mansuetudine, c’è un terrore di ribellione. Sai che spesso ho paura per te, Socrate?

— Paura? di che? degli uomini? della morte, forse? Temere la morte null’altra cosa è che sembrare di essere saggio, senza essere.