La cena passò lietamente. I piatti erano d’argento e non usava la seccatura di mutarli.
Finita la cena, fu fatta entrare una leggiadrissima giovinetta, vestita di un semplice kiton, che null’altro era che un quadratello di stoffa, come un vessillo, ma messo con garbo: allora le Ateniesi belle vestivano tutte così, con molta semplicità; come oggi, che le signore portano certe toilettes, come dire? semplici.
Un giovane aulete, o suonatore di flauto, accompagnava la fanciulla.
Questi intonò il suono, e poco dopo, ella, come indolente, slegò e scosse le membra della sua statua: le animò un po’ per volta, poi furentemente, freneticamente. Ora ella, lieve, si trascinava dietro il ritmo dell’aulete che, a fatica, con il collo turgido, la seguiva zufolando.
I signori, sdraiati sui loro sofà, contemplavano.
D’improvviso la fanciulla ricompose le membra della sua statua; cessò la danza: l’aulete potè allora trarre il respiro dal petto profondo.
— Quella fanciulla pare vuota di dentro come la locusta! — disse ammirando più d’uno.
— Signori, — disse Filippo, uno dei commensali, — questo è effetto della danza, esercizio utilissimo e graziosissimo. Io ho il ventre grosso, e voglio diventare grazioso e leggero. Piglierò lezioni di danza. Anche Socrate ha il ventre grosso e pesante e deve ballare, se vuole diventare grazioso.
— Tutti i giorni, o Filippo, — disse Socrate, — sta certo, io faccio in casa esercizi di ballo.
— Così, vedi, convien fare, — disse Filippo. — Tu, fatti in costà, — e accennando alla donna che si scostasse, Filippo balzò dal sofà e si mise a ballare col suo grosso ventre.