Spumeggiò di risa la gioia del convito.

— Da bere, — ordinò Callia.

Tutti avevano gran sete.

— Portate i cratèri più grandi, — ordinò Callia ai servi.

— Callia, se permetti, — disse Socrate, — ordina i bicchieri più piccoli. Il vino è cosa miracolosa come la pianta della mandragora: addormenta il dolore, e sveglia la gioia, come l’olio sveglia la fiamma. Ma in piccole tazze! Noi siamo come la sementa della terra. Se l’acqua diluvia, la sementa marcisce; se invece scendono piogge soavi, ecco tutta la bella fiorita della primavera.

I servi recarono in giro piccole tazze.

Disse per primo Callia: — Io bevo alla Ricchezza, alla mia dolce e docile Ricchezza, dispensiera di libertà. Essa mi concede di onorare con bei simposi, in questa bella casa, con tanti servi, con questo inebriante vino, i cari amici.

Disse un altro dei convitati: — Ed io, o Callia, propino e bevo — perchè tu ci offri questo nobile vino — alla mia grande, vergine, libera Povertà. Divina cosa, amici, la Povertà! Già tu la custodisci senza forzieri, con la dolce negligenza essa fruttifica, il dente dell’invidia non la morde; i figli non ti augurano di andar presto a ritrovare Caronte. Anch’io sono libero, o Callia, io con la mia povertà!

(Queste cose si potevano dire allora quasi sul serio, per tante ragioni per le quali la povertà non aveva l’odore così cadaverico che ha oggi).

Un giovanetto non ancora segnato nel volto di alcuna lanugine, inghirlandata la breve fronte di rose come un nume, fissando Callia con ferme pupille, parlò così per terzo e come devotamente: — Io mi glorio e mi esalto della mia, oh fuggitiva bellezza! la quale mi concede di essere caro a te, o Callia, o unico, o solo mio bene!