Era Santippe, infatti. Ella si era imbattuta nella comitiva dei convitati di Callia, che ritornavano in Atene. Aveva chiesto di Socrate e quelli ridevano.
— Maledetti bardassi! cinedi porci! — aveva detto contro le loro risa, ed aveva seguitato a girare per ritrovarlo quel vagabondo di suo marito.
— Eccolo qui, — disse, — che non si accontenta di aver persa la notte; ma anche il mattino! A casa, dico, che tu sei ubriaco fradicio!
E presolo per la mano se lo trascinava dietro a gran passi. — Ma che proprio tutto io, tutto io? io accendere il fuoco? io scopare? e tu in giro a far gozzoviglia, muso da cane?
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E quando Socrate fu giunto a casa, un visetto, un po’ camuso anche lui, si levò dagli stracci della sua cuna: due occhietti luccicarono, due manine batterono a palma a palma: File pappos, Papà mio!
Era il suo ultimo germoglio.
VIII. Il colloquio fra Anito e Meleto.
Le profezie di Santippe non tardarono ad avverarsi.
— Socrate, — diceva Santippe, — sta a casina tua, metti la testa a partito, chè sei vecchio; chiacchiera meno; se no ti predìco che farai mala fine.