E mentre quegli così dicea, al commendatore a cui le idee si confondevano più che mai, parve sentire un peso nella tasca sinistra: il codice. Vi mise la mano e, in quel punto, il colonnello senza far fermare nè arrestare il tram, balzò giù, piombò dritto, risuonò con la dragona, con la sciabola, con gli sproni come un corazziere della guardia napoleonica. Ma il verginia non pencolò!
— Addio, cari! — e il tram fuggiva fuor della barriera nello scintillante mattino.
Il negozio del barbiere — un gran negozio del ventino — che lì si apriva, prometteva alla vista la desiata garanzia dell'incognito.
Entrò, dunque, e quando il giovane gli ebbe fasciato il collo coll'accappatoio, il comm. Fabrizi notò che gli altri giovani e alcuni clienti pendevano dalla bocca di un narratore tranquillo ed acuto.
— Il signore desidera?
— Appuntire un poco questa barba, raggentilendola.
La domanda del barbiere era molto logica attesochè il comm. Fabrizio Fabrizi non offriva nel capo valida presa al pettine e molto meno alle forbici: d'altronde la barba di color misto, quadrata come quella di Enrico di Navarra, con tutti i peli per isquadra, una barba magistrale in tutti i sensi, incuteva un giusto senso di rispetto anche alle forbici di un parrucchiere. Da ciò la dubitosa domanda, a cui fu aggiunto: — Solo un pochino, in fondo, è vero, signore?
— Oh, anche più che un pochino!
Il parrucchiere mise la sordina a questo pensiero: «che peccato profanare una così bella barba!» e brandì l'arma.
E mentre i peli cadevano sotto il prudente taglio, non il savio pensiero che in quei peli or dalla forbice recisi era molta parte della dignità del suo ufficio, balenò alla mente: invece balenò alla mente questo pensiero, degno di ogni biasimo: