Ecco di che si trattava: un terribile lôcch, o masnadiero cittadino, di quelli che in Milano infestano quadrivi e sobborghi (e lôcch deriva da loco spagnuolo che significa stupido: i quali lôcch fioriscono stupendamente sotto le nebbie di Milano come fiorivano stupendamente i bravi al tempo di Don Gonzalez Fernandez de Cordova) dunque un terribile lôcch, anzi il più terribile fra i terribili, era stato trovato fuori di via X*** steso morto a terra, morto sul serio — giacchè i lôcch — chi sa mai perchè? — quando anche ricevano un paio di pallottole di rivoltella nei fianchi, ritornano dopo pochi giorni d'ospedale sani e gagliardi alle loro occupazioni quasi che la divina Angelica fosse passata con le sue erbe magiche come avvenne pel fante Medoro — cosa che ai galantuomini feriti non accadrà mai.

La giustizia aveva fatto arresti sopra arresti, aveva smosso tutto il sottosuolo putrido di Milano, ma non aveva scoperto nulla. Il giudice istruttore aveva collegato con acutissima fantasia quell'omicidio ad altri fatti altrettanto gravi quanto rimasti ignoti, e non aveva scoperto niente.

La stampa eccitava il troppo lento passo burocratico della giustizia con articoli giornalieri.

Ora quel narratore lì, nella bottega del barbiere, spiegava la cosa con una semplicità stupenda; così: «Lui, il morto, con i suoi compagni erano fermi all'appostamento per quando passano i fittavoli che tornano alle loro campagne.

Vengono costoro dal mercato ed hanno la borsa piena pe' traffici e pe' baratti compiuti nel dì. Di questi colpi dieci vanno bene, uno va male: questo era andato male. Il fittavolo, assalito nel buio, si vede che aveva con sè il revolver ed ha fatto fuoco a bruciapelo e lo ha colpito nella nuca.» Se non lo colpiva lì, in modo da lasciarlo sul colpo, garantisco — dicea il narratore — che colui non moriva: lui le palle della questura che ha preso in corpo le ha sempre digerite, come fossero state delle prugne, un po' acerbe, ma le ha digerite!

— All'Osteria del Bianco — confermò uno degli ascoltatori con sincera espressione di rimpianto e di rispetto — era capace di mangiarsi da solo un tacchino, e sempre in piedi, povero diavolo, sempre con quella benedetta paura di essere sorpreso dalla visita dalla questura.

Disse un terzo ammirando — E la forza che aveva? Per lui rompere un mazzo di carte era conto di ridere! Una volta che gli avevano messo le manette, non ebbe il coraggio di farle saltare spezzandole sopra un paracarro? E quanti anni poteva avere?

— Ventidue, ventitrè anni! — disse il primo raccontatore — un fegato da leone!

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Al comm. Fabrizi quella gente faceva un effetto nuovo e curioso, in questo senso: gli pareva cioè che in tutti coloro che lì erano, fosse questo convincimento filosofico della vita, il quale può essere espresso in queste brevi considerazioni: