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Chi era il prof. Gaudenzi?

Il prof. Gaudenzio Gaudenzi era un modestissimo, umile grande uomo.

Egli era cioè uno di quei pochi sì, ma caratteristici grandi uomini, indispensabili grandi uomini, destinati a sostenere la nazione e lo Stato e, se la parola non spiace, la Patria. Ufficio non lieve, anzi pesante, pieno di grandi responsabilità.

Io ho denominato questo illustre uomo con il titolo di «professore», che è fra i più modesti e comuni, perchè egli è così generalmente indicato. Del resto egli disponeva di una infinità di titoli; da quelli cavallereschi a quelli che ogni tanto gli arrecava la posta: titoli decretati da Assemblee, Istituti, Accademie, Consessi, Concilii etc. etc. L'antico Briarèo mitologico non avea tante membra quanti il prof. Gaudenzi aveva membri con cui uncinarsi socio a tutti i Consessi intellettuali del vasto-piccolo mondo.

«E se io entro in biblioteca di questo passo è perchè io solo so il peso che incombe sulle mie spalle; e se io invece di salutare mi limito a stirare le labbra, è perchè c'è il suo perchè!»

Questo sottile ragionamento si leggeva su tutta la persona del prof. Gaudenzi, quando entrava in biblioteca.

Giacchè il prof. Gaudenzi quando non era in ispezione per il paese, capitava regolarmente in biblioteca. Entrava stirando le labbra e dondolando il capo in modo che non era facile capire se si trattasse di un saluto universale generico — come quello che fanno i gran prelati — o di un moto asseverativo come per assicurare sempre più a se stesso: «Sì, io sono un umile — è vero — ma grande uomo!» Egli è però più probabile che quello stiramento e quel dondolamento dovessero costituire un saluto perchè avevano la virtù di far levar su da sedere tutti gli studiosi presso cui passava; e, una volta levati su, di far loro descrivere una specie di angolo di quarantacinque gradi in avanti, con la schiena e con la testa. Ma io — ripeto — godevo di uno speciale privilegio. Giacchè il prof. Gaudenzi, al di là di quella specie di muraglia dei libri da cui veniva circondato, mi sollevava, mi dondolava la mano, e infine mi permetteva di stringerla: — Che cosa stai facendo di bello anche tu qui? Oh, bravo, bravo, bravo! — il che tradotto in lingua semplice voleva dire: «adesso vàttene!»

Ed io me ne andavo al mio posto.

Questa speciale benevolenza mi era in certo modo dovuta perchè a quattordici anni io avevo avuto l'onore di sedere accanto a lui sui banchi della scuola dove egli fin da allora faceva strabiliare persino il maestro snodando a memoria tutta la filza dei verbi greci irregolari; e da allora andò sempre più avanti, diventando sempre più brutto, sempre più giallo, sempre più ostinato nella sua cocciuta volontà di riuscire un grande uomo finchè diventò un vero grande uomo, uno di quei pochi, sì, ma indispensabili grandi uomini destinati a sostenere la macchina dello Stato: uno cioè (le mie parole non paiano malevole e sarcastica iperbole) di quei grandi uomini a tipo regolare e mediocre, debitamente sterilizzati ed enervati che sono un prodotto tipico, un esponente-indice della civiltà contemporanea. Enervati e sterilizzati delle qualità eroico-geniali come sarebbero l'indignatio, la magnanimitas, la θεῖα μανὶα, il furor sacer, ed altre qualità consimili le quali costituirebbero un tipo umano assolutamente inadatto ed incompatibile col tempo nostro. Non è vero questo che io dico? Osservate: gli uomini forniti di queste virtù eroico-geniali vengono regolarmente ed istintivamente banditi dai consigli dello Stato, dalle accademie ufficiali, dalla vita publica in generale, laddove i grandi uomini di tipo regolare e mediocre ad uso prof. Gaudenzi, figli legittimi dell'età presente, vengono destinati a molteplici usi nè stanno mai fermi tanto è il bisogno che si sente della loro indispensabile mediocrità.