Io? Io se volessi permettermi il lusso di una donna non avrei da offrirle nemmeno un posto sulla mia bicicletta.

E mi ricordo che delle poche amanti che ebbi, se erano buone, intelligenti o pietose, erano — per così esprimermi — antifisiologiche: se erano belle e piacenti, erano stupide e vane come pàpere: se accennavano appena di possedere le due qualità della bellezza e del valore, mostravano così grandi pretese da togliermi ogni ardimento.

Ma è più probabile che io sia stato pessimo intenditore dì donne, e invece di accusare esse è meglio che accusi me. Di ogni merce conviene avere esperienza prima di giudicarne il valore e il mercato.

Comunque si consideri la cosa essa era pur sempre sconfortante, e spiega la ragione perchè io me la pigliassi ancora con l'Arte, idolatrata e perseguitata invano da me con così fremebondo amore. L'Arte, pura Iddia, no, non porge come le femmine le mammelle alle labbra del prof. Gaudenzi e de' suoi pari perchè se ne abbeverino, suggere egli non può per difetto di Natura che non volle: ma il vibrione si è attaccato in qualche parte e succhia sangue e impingue e ingrassa e ne fa adorna sè, la moglie, la casa. Egli specula, egli sa trarre frutto dal cimitero delle Muse!

O morto nella miseria e nella disperazione, tu, o Foscolo che rendesti la spada alla Fortuna fra le britanniche nebbie grige; tu, Tasso, anima di luce e di sole all'ombra perfida del cenobio; tu, Leopardi, sperso nel sogno del verde prato dell'asfodèlo lontano; e voi tutti eroi del pensiero, nobili api che formaste il miele della vita; rosignoli che così dolcemente cantaste da far obliare ai tetri umani il dolore e il mistero; viole e rose, che diffondeste senza mercede il profumo su questo immane sepolcro della terra, voi.... voi pur giovate ai vivi dell'età pratica, maledetta fra le età.

Il vostro cimitero dà frutti a costoro!

Costoro, gli squallidi alchimisti, fanno analisi e filtri del vostro pensiero, del vostro cadavere: contano le parole che voi avete adoperate, o nobili poeti: pesano e scompongono le vostre anime: sottraggono, sommano e ne ricavano onori, reputazione, ricchezza.

Sì, sì! È vera la parola del fisiologo: la morte è necessaria alla vita, ma è anche vero che io avevo ragione di essere seccatissimo.

E non avendo altro sfogo o conforto, bevevo aria pura e correvo in bicicletta e mi confortavo col verbo plebeo ripetuto nel principio di questo racconto.

Il bisogno di ossigenarmi con una velocità anormale di quindici chilometri all'ora mi si presentava come rimedio eccellente. In cotesta specie di frenesia ero giunto al punto da reputare inutilissimi tutti gli studi, e la critica e la filosofia e la filologia e i romanzieri e i bibliofili e gli archeologi, ogni dottrina insomma e ogni scienza. E poichè l'uomo si compiace che altri approvi e lodi le proprie idee ed io non trovavo nessuno che mi approvasse e lodasse, ma ero solo come l'uomo maledetto della Bibbia, così mi rivolgevo alle cose e alla materia. E correndo lungo la riva del sonante mare, buttavo al mare, al sole, al cielo un nome di romanziere, di filosofo, di erudito, di critico, e le opinioni loro e le loro fatiche. E il mare, il sole, me lo respingevano sdegnosamente: «Sciocchezze!»