— È che.... — balbettai io — si tratta di uno di quei fatti gravi che sconvolgono le basi della morale e della famiglia e turbano così profondamente che non si può tacere.

— Verissimo — rispose l'uomo savio e pacato — ma sono di quei casi che quando non ci toccano in via personale, non si levano dalla importanza di un semplice fatto di cronaca, dei quali io non sono punto curioso, anche trattandosi di conoscenti come pare il caso a cui tu accenni così poco opportunamente. A dispetto di questi fatti di cronaca che sono sempre avvenuti, la famiglia è esistita ed esisterà sempre e l'edificio della morale non crollerà, credilo.

— Ma quale morale? — chiesi io.

— Quella scritta sulle dodici tavole eterne del buon senso — rispose l'uomo, e aggiunse in tuono di ammaestramento pacato — Fra la morale scritta e la morale pratica, tra il paragrafo del codice e la realtà esiste un tacito accordo che bisogna avere la fortuna di comprendere subito a pena si entra nell'onore del mondo se si vuol vivere bene ed in pace.

Ma sai tu che se fra le persone di buon senso non si comprendesse questo tacito accordo, la vita sarebbe una tempesta, una pena, una battaglia senza fine? E poi la donna che tu condanni, è essa veramente colpevole? Tu che ti diletti di filosofia, non devi ignorare che i fatti umani sono di così complessa natura, esiste un così delicato intreccio di forze opposte che non sempre è prudente, spesso anche non è giusto condannare anche nei casi dove la colpa appare manifesta.

Queste parole di ammaestramento cadevano sulla mia inguaribile ignoranza e me ne stavo lì inchiodato sulla sedia a sentir la predica senza risponder più verbo, tanto che non udii la campanella del fine nè vidi la gente che andava via: ma quando un passo lieve e una voce carezzosa con l'erre si fece sentire presso di me, saltai in piedi come di scatto.

— Ma che carattere impressionabile! — disse lui.

— Prego, stia comodo — mi disse la signora e rivolta al marito aggiunse: — Guarda che sei proprio l'ultimo. Beata distrazione!

— Stavo facendo una ramanzina all'amico — disse il professore — e questa volta proprio sul serio.

— Le ramanzine di mio marito sono terribili — disse la signora e pronunciò quel «terribili» con quel suo erre affascinante e inimitabile che mi risuonava ancora nel cuore per la frase udita breve ora innanzi. — Ma io — proseguì abbassando il lorgnon sino a squadrare la punta dei miei stivali — ma io indovino subito quale è la causa della ramanzina di mio marito. Lei è ciclista, vero? Sappia che mio marito, che pure è incapace di odiare, odia ferocemente il ciclismo.