Allora, cioè più che tre lustri or sono, non era alla cognizione publica nessuna cura sieroterapeutica contro la tubercolosi: i sanatori non erano di moda e perciò gli etici, compresa Mimì, erano destinati a morte lenta ma sicura, ed agli amanti non restava che di piangere amaramente la perduta compagna. Pianto nel cuore se non pianto su gli occhi mi germogliava vedendo (andavamo lenti, soli, obliosi dell'ora) sotto il colle fiorito di S. Luca, biancheggiare la Certosa, la città dei morti! Lì i vostri bei piedini sarebbero rimasti immobili! Oh, mi aveste comandato di morire per voi! mi aveste comandato di farvi sposa all'altare prima del sopraggiungere della morte! Certo se così aveste comandato, io vi avrei risposto, come già Lancilotto alla regina Ginevra: «Gran mercè, dama!»

No! Voi non domandavate così grandi sacrifici nè tanta prova d'amore eroico: per il presente non domandavate che qualche umile colazione nelle trattorie suburbane dove le sottili, patrie tagliatelle pasticciate scomparivano sorbite a pena da' bei labbri a cuore di molle corallo; e per l'avvenire molte, molte rose per la vostra prossima tomba in cimitero. Voi mi tessevate frattanto tutta la mia futura vita; felice, ricca, lunga! Non mi invidiavate, non ne eravate gelosa purchè mi fossi ricordato del vostro stornello e della funerea promessa delle rose.

***

Ebbene no, piccola Mimi! voi non siete morta etica nè in altro modo. O non avete voluto o non avete potuto.

Me ne duole per le rose e pe' fiori, e ne godo per voi.

Io da quel tempo — e ne son passati degli anni — ho avuto tante cose da fare che ho dimenticato le rose, i piedini così ben calzati, gli stornelli, la tisi, l'assenzio (quello ne' calici, si intende, giacchè dell'altro assenzio ne ho bevuto sino all'intossicazione) e avrei dimenticato anche voi se voi non aveste pensato a far noto il vostro nome. Esso dopo alcun tempo mi è corso sott'occhio in qualche manifesto di commedia: un posto umile, ma comunque una posizione sociale ben determinata, cosa che non accade a tutti e specialmente alle donne. Ma, benchè mutate in meglio le sorti e datavi alla nobile arte del recitare, siete rimasta fedele alle vostre antiche abitudini; alle tagliatelle in ispecie.

Il cameriere del caffè X*** quando, o cara errante, ritornate in Bologna dopo qualche peregrinazione artistica, presenta a voi, che sedete placida fra i vostri compagni e compagne in guitterìa — di cui quivi è gran ritrovo — il piattellino delle tagliatelle raccomandate invece delle rose su la tomba. Capisco, era più igienico e nutriente. Avete fatto bene, piccola Mimì, a preferire le tagliatelle. Ciò vi ha conservato. Voi siete rimasta la stessa: magrolina, picciolina, palliduccia, co' begli occhi tondi neri e i bei denti bianchi.

La morte per etisia non ne ha voluto sapere di voi. Il tempo vi ha sfiorato a pena col piumino della cipria. Capelli bianchi? No! col piumino della cipria che vi dà la parvenza e il profumo delicato d'un mazzolino di violette, un po' languide. La tisi è stata interamente fugata. E avete fatto bene. Finchè la tisi era una malattia per così dire ideale, immateriale, si poteva anche essere etici favorevolmente: ma dacchè la tisi si mutò in concreti orribili bacilli o vermiciattoli, notoriamente infettivi, voi avete dato prova di senno a non volerne più sapere.

Il signor Koch, co' suoi bactèri omonimi, ha contribuito a sconfiggere le ultime trincee del romanticismo elegiaco più di ogni violenta diatriba filosofica.

Con la vostra compagnia guittesca attorno ad un felice istrione, vi siete spinta sino a Parigi, cara Mimì, e in quella città dalle bellezze famose e trionfali, voi avete ottenuto un successo, e non di stima soltanto: ciò vi fa onore. Siete tornata in patria, fedele bensì alle natie tagliatelle ed ai piacevoli conversari del Caffè X***, ma, senza volerlo, la vostra abituale modestia ha subìto alcuna variazione di tenue e pretensiosa dignità.