— Perchè non si deve dir «voglio?» — domandò il balio.

Puccìn allargò le braccine con un gesto rassegnato e desolato e disse (ora teneva i grandi occhi in su come per iscrutare quell'uomo nuovo a cui andava connesso il nome venerando di padre):

— Perchè l'erba del «voglio» non cresce neanche nei giardini del Papa.

— Dunque hai piacere?

— Sì, piacere.

Puccìn dopo questa risposta si era allontanata, e ritornò poco dopo.

Aveva un cestellino di giunco sotto il braccio: nel cestellino c'era un pezzo di pane ed una bambola miserabile.

— Quando le si dice di andare a Venezia, lei corre a prendere il suo cestino e la sua pupa — spiegò la balia.

Ma gli occhi si arrossarono alla donna, in grande pianto. Lagrimava in segreto anche il balio, e Puccìn intanto imitava con le labbra il suono dei buffi del treno; e a quel suono il grosso cane balenava con le pupille iridate e balzava come per avventarsi contro il treno, (la ferrovia correva lì presso) ma nulla vedendo, s'era accosciato con le gambe davanti ritte, gli occhi interrogativi, la lingua fuori, davanti a Puccìn come per dire: «Ma ti sbagli, cara amica, il treno ora non passa!»

E Puccìn pur seguitava ad imitare i buffi del fumo.