Disse Leo:
— Voi, cara, che vi meravigliate della mia audacia, sappiate che io, a undici anni, ero non timido, ma timidissimo. Pensate: io, figlio di un modestissimo possidentuccio di campagna, trovarmi fra camerati di cui uno era marchesino, l'altro contino, l'altro ricco bastardo, l'altro figlio di un generale, di un capo divisione, di un banchiere, di un ex ministro, di un milionario e via via! Avevo vinto un posto gratuito in uno dei più reputati collegi nazionali del Regno: di quei collegi che hanno in proposito l'educazione morale, intellettuale ecc. congiunta coi buoni abiti corporali. Questa era l'etichetta che ho ancora in memoria.
La borghesia e la plutocrazia vogliono fare sfoggio di una umanità che non hanno, e sono punite alimentando i loro futuri becchini. Sport imprudente! Questa almeno è la storia mia e della borsa di studio, regalata a me, figlio di un umile lavoratore. Quando entrai in collegio, il nome che mi fu dato subito dai compagni e che portai sino al liceo, e anche dopo, fu quello di Corame: nome indegno e sudicio a cui non mi rassegnai mai! E tanto più ne soffrivo in quanto non potevo vendicarmi. Se ne potrebbe ricavare una buona massima di morale pratica: «non offendete mai gratuitamente!»
Perchè questo sudicio nome? Ecco:
I miei aristocratici compagni avevano quasi tutti delle bellissime mamme. Inutile dire a voi, che siete donna, quanto la perfetta e ricca eleganza aiuti a formare il supremo bene per una abbondante metà del genere umano: cioè la bellezza: la quale, in fondo, è una forma di imperio! Ne convenite? Queste mammine nelle ore della visita avevano delle frenesie, degli accessi di amore pei loro figliuoli, forse per compenso dell'oblio in cui li lasciavano per tutta la settimana.
E nel parlatorio, dopo quell'ora mondana, rimaneva un profumo di essenze e di muschio, insieme all'odor del cioccolatte, della vaniglia e delle paste sfogliate di cui, insieme ai baci, rimpinzavano i loro figliuoli, scialbi, slavati, dalla fisonomia viziosa e stupida di tanti S. Luigi che prendono la comunione.
In quelle ore di visita, io, che non avevo nessuno che mi venisse a trovare, rimanevo in camerata con altri due o tre disgraziati senza famiglia.
Una volta chiamano anche me in parlatorio.
Figurarsi che festa: metto la tunica nuova, mi lucido le scarpe e scendo giù.
C'erano in un canto mio babbo e mia mamma che mi venivano a fare una sorpresa.