Ma cessata la confusione del primo incontro e del primo abbraccio, mi avvidi che le parole di quella folla signorile erano sospese e gli occhi malignamente rivolti su di noi tre.

Intuii, tacqui, mi irrigidii.

Mia madre e mio padre, invece, erano così felici che attorno a loro non c'era nessuno.

Mia madre parlava ben forte e dava tutte le notizie di casa: mi avrebbe voluto portare una ricottina, di quelle che mi piacevano tanto, ma siccome i regolamenti proibivano di portar roba mangereccia, non aveva voluto trasgredire alla legge. Mio padre, avendogli io scritto che soffrivo di geloni ai piedi, liberò da un grosso involto e mi fece ammirare un superbo paio di scarpettine da inverno.

Quando risalimmo in camerata — gli altri a gruppi rumorosi e con gli scroscianti cartocci dei dolci — io, solo, tenendo in mano quelle povere fatali scarpe, il mio sopranome era già formato.

Mia madre venne chiamata la ricottara, mio padre Crispinus ed io Corame.

La scoperta di questi tre nomi li divertì moltissimo per vari giorni: ma io versai molte lagrime segrete che nessuno asciugò e perciò esse, seccandosi, hanno formato quella durezza che si chiama odio. Per molte notti pensai: io rividi il campo del grano nel sole, il pergolato, l'orto ricco di maggiorana dove lavorava mio padre: rividi la fonte dell'acqua viva, la siepe di spino bianco dove mia madre stendeva i lini ad asciugare, cantando, e mi domandai: «Perchè mi strapparono dall'amorosa terra? Perchè tutti questi libri?» Ma il mio raccomandatario, umilissimo uomo anche lui, mi assicurò in segreto, come fosse un mistero, che da quei libri bene ismossi, come già i figli del vignaiuolo nella favola ellenica, avrei trovato il tesoro. Tesoro non so, ma vendetta, certo! E inghiottii le lagrime e stetti attento sui libri. E allora cominciò la persecuzione terribile e stolta: «Sporca il libro a Corame! Butta la palla, intinta di inchiostro, sugli abiti di Corame, così suo padre da Crispinus diventerà anche Sutor e gli porterà un abito nuovo nel giorno di visita.» A me delle macchie e dei castighi importava poco oramai: era l'idea che mio padre doveva lavorare di più per farmi i calzoni o la giubba nuova, quella che mi faceva fremere in segreto; sempre in segreto e mandare giù, e studiare, giacchè Corame studiava e vinceva con la rassegnazione e con la pazienza — armi terribili — quella crudele protervia. Le vendette lasciarono il posto alle imposizioni, alle prestazioni servili: «Corame, dammi il lavoro di latino, dammi da copiare il problema» e così via, e Corame ubbidiva.

Le sole varianti in questa vita uguale di otto anni erano le uscite col detto raccomandatario. Buon diavolo di maestro, carico di figliolini piccini e di compiti da correggere, che era una pietà.

Lui passava il mese d'agosto in campagna dai miei, e per compenso mi veniva a prendere nei giorni dell'uscita, Pasqua, Natale, Statuto, ecc. Il buon uomo, per pagare il debito di ospitalità, si credeva in obbligo di riversarmi a dosso un supplemento di buoni precetti morali e pedagogici. In verità io non ne aveva bisogno ma egli affermava che melius est abundare quam deficere.

Insisteva poi con specialissime cure nell'estirpare un mio grave vizio, quello di essere republicano. Già, in collegio io acquistai il titolo di republicano. Perchè? Non lo so, nè mi ricordo di averlo mai detto, nè di averlo pensato, ma i miei compagni lo ripetevano sempre e con tanta convinzione che mi persuasi che proprio io dovevo essere tale veramente.