— Così orrendamente! — ripetè Leo confermando — No! via via! via! via, dico! — e le mani di lui ferocemente, villanamente avevano ributtato le mani di lei che lo avevano afferrato alle spalle, al collo, alle guance.

Un enorme singulto aveva gonfiato il petto dell'uomo ed era scoppiato in orrido pianto.

Ella assistette al suo pianto: lì presso, immobile e la mano, levata per appressarsi a lui, non osava e tremava dalla pietà di bagnarsi di quelle lagrime disperate dell'uomo.

Egli si vinse però con uno sforzo supremo, ma bensì fremeva e ruggiva della sua debolezza, della viltà con cui quella confessione era venuta spontaneamente alle labbra, come un rigurgito.

Poco dopo si tranquillò: un esaurimento di forze che pareva dolcezza, subentrò a quello spasimo e disse con voce calma:

— Vedete, è stato così: io faceva qui il primo anno di legge, quando, in questo ospedale, venne mio padre per curarsi di un male che non perdona.

Ogni tanto usciva e mi aspettava qui di fronte all'ospedale, in un sedile, sotto questi tigli. Io non avevo allora un'idea esatta del perchè si muore, e come si muore e perchè muore il padre e la madre.

Non ero, dunque, molto preoccupato e seguitavo la solita vita.

Ma un giorno io lo attesi invano; non venne, e allora entrai con angoscia nell'ospedale: i medici e gli infermieri mi dissero che sarebbe morto presto. Passò la notte dell'agonia, eterna come una vita di dolore: io era presso il letto, la sua mano era sulla mia: i suoi occhi su me: egli si spegneva, io cadevo esausto ai piè del letto, come sotto un letargo potente: mi scuoteva ogni tanto un lume, poi un infermiere, poi un medico, poi un prete e molta luce, poi un gran silenzio finchè la mano di mio padre si staccò dalla mia. Allora mi portarono via di lì.

Fuori era levato il giorno.