Prima di tutto sul marito — giacchè questa dama aveva un marito; non solo vivo, ma anche presente: anzi sempre pronto al suo ufficio quando le convenienze della vita mondana esigevano la presenza del responsabile titolare. Io lo conoscevo essendo noi dello stesso paese e coetanei: ma la disparità dei natali, delle relazioni, del genere di vita, impedivano ogni rapporto più intimo che non fosse il saluto e il complimento cortese. Il marchese Clodio — tale era il nome — portava un casato storico ed illustre. Dopo avere speso il decennio che va dai diciotto ai vent'otto anni nel solito sport del macao e dei cavalli corridori, si era messo serio; era diventato un uomo posato. Di fatto stava posatissimo. Magrolino, tristanzuolo, nel circolo dove la sua signora parlava, rideva, squillava, egli sedeva posatissimo e correttissimo. Quando non era chiamato direttamente in causa nel discorso, taceva, lisciandosi e facendo scorrere le dita perlacee della mano inanellata sulla barba: una barba nera appena segnata di qualche filo bianco, aristocraticissima, che sarebbe riuscita assai dignitosa se il suo proprietario avesse avuto un decimetro di più di statura. Quando lei si decideva a dire: Allons, mon chéri? egli allora si alzava e si muoveva.
Ma che vale aver detto addio al baccarat, al chemin de fer, al turf, a Monte-Carlo, avere smesso la scuderia dei cavalli da corsa, avere rinnegato l'orgia notturna, lo sport navale, equestre, quando si coltiva il più pericoloso degli sport? quando ci si fa devoti alla più legittima ma alla più perniciosa delle orgie? cioè quando l'uomo si fa devoto delle follìe di una moglie?
Ma ciò che era più faceto si era il giudizio della platea, a cui questo circolo aristocratico di forastieri e di bagnanti, porgea quotidiano spettacolo e alimento di voci maligne.
Queste arrendevolezze del marito e alcune dicerie sui dissesti finanziari nel patrimonio del marchese, davano credito alla voce che egli vivesse sulle grazie della moglie: un americano che aveva preso in affitto la più sontuosa delle ville sul mare, che aveva fatto venire dall'estero un automobile mastodontico, più esotico del carro di Buddha, che aveva impiantato nel suo giardino il tennis ed il croket, che lasciava il resto del franco per mancia al caffè, che aveva al suo servizio un cuoco che nessuno capiva ma che sfiorava tutto il mercato pagando a marenghi senza tirare un centesimo, passava per l'amante di lei, il marito di Clodio.
Questo jankee, massiccio, rossiccio, brutale nella sua parvente compitezza di gentiluomo, non parlava che il francese. Di italiano sapeva solo queste parole: io so, io capisco! Quando qualcosa lo contrariava, quando i regolamenti, le leggi, il costume, ecc., sembravano opporsi alla sua sconfinata libertà di far tutto il suo comodo, soleva dire: io so, io capisco: apriva il portafogli e tutti lo capivano.
Proposizione elittica che voleva dire: «Io so, io capisco che voi siete un popolo di straccioni: io appartengo ad un popolo di miliardari: troppo giusto: io so, io capisco che bisogna pagare.»
La malignità e la maldicenza erano giunti a tal punto che correva la voce avere ella detto che saltato che fosse l'ultimo biglietto da mille, andrà a Parigi a cominciare una vita nuova di avventuriera. Lui andrà come agente dell'americano a Nuova York.
I figli — giacchè hanno due piccini — li ritirerà la madre di lui fino all'età di entrare in collegio. Come siano sorte tali voci nessuno lo sa. Certo è che tutti compiangono i due piccoli, futuri derelitti di questa famiglia in prossima liquidazione. Se la governante che li accompagna conoscesse l'italiano, la interrogherebbero per sapere se ciò è vero, o fino a qual punto, se riceve la paga alla fine del mese: non potendo sapere ciò, si accontentano di compassionare i piccini come fossero figli propri accarezzandoli quando li vedono.
Per mio conto sapevo che il patrimonio del marchese, vistosissimo un tempo, era oberato da ipoteche, pessimamente amministrato, tutto quel che si vuole, ma non giunto allo stato di liquidazione come quivi correva voce. La sola galleria conteneva dei valori inestimabili; due arazzi fiamminghi del cinquecento nel palazzo marchionale potevano sempre esser venduti per cento e più mila lire. C'era da sorridere a coteste dicerie. Confesso inoltre che l'animo mio repugnava di supporre in tanta abbiezione caduto l'ultimo discendente di una famiglia virtuosa ed illustre, e questa abbiezione ai piedi di quel paltoniere rosso di jankee milionario. Me ne sentivo pure offeso in non so quale sopravvivenza di dignità nazionale, e volevo non credervi. «Imbecille fin che si vuole, ma non colpevole!» E godevo che il dottore in cotesto convenisse con me. Egli ammetteva che il marito si trovasse in uno stato patologico di perfetto dominio della moglie. «Egli è un asceta, un martire che gode del suo martirio pur di essere il possessore di quella donna. E come un artista tutto sacrifica per la sua opera d'arte, come uno scienziato muore per la sua scoperta così questo imbecille corre lietamente alla sua ruina pur di adornare e rendere felice il suo idolo, il suo meraviglioso feticcio che ride. Tutto il suo mondo è lì!»
— Soltanto — aggiungeva il dottore — una cotale specie di passione potrebbe portare ad una specie di pervertimento: il desiderio di far gustare al publico la propria opera d'arte. Accenno al caso in genere e come supposizione, non ad un fatto specifico. La cosa vi può sembrare mostruosa e in contraddizione con la gelosia: eppure avviene più di sovente di quello che non si pensi, specie in cotesto ceto di gente a cui il lusso, la ricchezza e l'ozio, l'eccesso del cibo e della bevanda vanno lentamente formando un ambiente o mezzo morale incredibilmente immorale in cui non è più possibile distinguere ciò che distinguiamo io e voi e che in fondo distingue il popolo che lavora e che soffre. Il giudizio del popolo non è altro che un'espressione falsa di una condanna giusta ad una società e ad un genere di vita viziosa ed oziosa che deve scomparire.