Un gran cancello signorile, un viale in rettilìneo, sparso di bianco lapillo: il viale tàglia un gran parco folto; in fondo si vede un palazzo massìccio, che ha sapore di Settecento, di chiesa, di nobiltà di chiesa; è un po' tetro; è tutto chiuso. Sopra il palazzo si eleva una spècie di torretta quadrata, da cui la tenuta tòglie il nome;[7] e si scorge da ogni parte. Stemmo un po' lì e poi dissi di girare attorno.
Si girò attorno: dietro il palazzone vi sono le fattorie, uno chalet, tutto coperto di rose, una villa ridente, velata, per così dire, da un filare, sorgente su di un àrgine di altìssime pioppe frondose. È una grande azienda agrìcola oggi, la Torre.
«La Torre! la Torre! la Torre!» Questo nome ricorre nelle poesie di Giovanni Pàscoli con un suono di spàsimo e con l'insistenza di un'ossessione. «La Torre!» e nulla più, come se i lettori sapessero che cosa è la Torre.
Il padre del poeta, signor Ruggero Pàscoli, era ministro di quella tenuta, e abitava con la numerosa famìglia nel palazzo della Torre. Era uomo di molta gentilezza d'ànimo e di gran rettitùdine, della quale virtù, così — diciamo — pericolosa, è anche testimonianza una làpide che il principe Don Alessandro Torlònia fece apporre nella chiesetta gentilìzia della Torre in memòria di quel suo fedele ministro, e — parrebbe — ad ammonimento altresì del futuro.
Ora un bel mattino d'estate dell'anno 1865, il signor Ruggero Pàscoli partì dalla Torre: baciò i suoi piccini, che èrano tutti piccini. Andava a Cesena in carrettino per affari. Sarebbe tornato la sera: ai bimbi avrebbe portato bei doni: alle bimbe belle bàmbole.
Andò, tornò, ma non rivide la sua famìglia.
Nel pomerìggio di quel giorno stesso un carrettino col soffietto alzato per la calura, che veniva al trotto di quella che il Poeta ricorda, cavallina storna, si fermò alle prime case di Savignano. Le brìglie èrano abbandonate e la cavallina pareva domandare soccorso. La gente guardò e vide un uomo con la testa chinata oramai e sanguinante, e fu riconosciuto per il signor Ruggero Pàscoli. Un colpo di fucile a tradimento gli aveva spezzata la testa. Perchè? A quei tempi uòmini micidiali, dati a disonesti guadagni, dominàvano in quelle terre di Romagna, e il trovare un uomo ucciso non era cosa che meravigliasse troppo.
Quella rettitùdine e questa disonestà micidiale si èrano incontrate in quel giorno d'estate. La gente tacque o bisbigliò sommessamente; chi poteva avere udito o veduto, non aveva nè udito o veduto. La Giustìzia fece, per suo conto, un po' lo stesso; e ben è vero che in quei primi tempi del nuovo regno la veste polìtica di liberale servì a tante cose, che con la Pàtria e con la libertà non avevano nulla a che fare.
Poi la mòglie dell'assassinato stava smemorata sul greppo della Torre, quello dove sorgèvano le alte pioppe: ella guardava, la immota, la immensa serenità del cielo nelle estive sere: ogni tanto, ogni tanto per il cielo corruscava una vampa di fuoco: èrano i lampi di caldo. Un pìccolo bambino le era accanto, quegli che fu poi Giovanni Pàscoli. Guardava anche lui i lampi di caldo.
Ci ricorda lui stesso, in una sua prosa, la madre sul greppo e i lampi di caldo nella serenità della estiva sera: non egli lo dice, ma in me rimase la impressione che egli volesse significare la natura, la quale appare serena, ma ogni tanto la sua pupilla scatta con un lampo di feròcia.