Poi dìssero a quella donna: «Il vostro uomo fu ucciso, e ciò è spiacèvole. Ma voi e questi vostri bimbi che state a far qui? Qui siete di troppo, alla Torre. Avete la casa vostra a San Màuro. Via, andate alla vostra casa. Vi ritirate quieti e parlate poco».
Andàrono. I piccini otto; la madre nove. Questo fu per settembre, il giorno della Madonna. C'era a San Màuro gran festa e sparàvano i mortaletti. Passò la carrozza coi figli e la donna dell'assassinato. Un uomo del pòpolo quando la carrozza passò, disse nella sua indifferente pietà: Ve' un nid ad farlott! «Vedi un nido di verle!» Poi venne l'inverno: e la madre faceva in silènzio i pìccoli àbiti di lana coi grossi ferri: ma non li potè terminare perchè infermò e morì: poi, poi cominciàrono a infermare e morire i figli, poi fu venduta la casa, poi fu dispersa la famìglia. E anche queste infermità, susseguite da morte, non pàrvero cosa naturale, essendo gente ben conformata e sana.
E allora?
E allora nei tempi in cui si credeva agli Dei, si sarebbe potuto imaginare che un qualche Iddio, Dio Pan, Dio Apòlline, adottasse per suo figliuolo quell'òrfano. «Noi ne faremo un poeta, un poeta di gran sentimento.» La cosa è strana, perchè i poeti di gran sentimento non sono molto frequenti fra noi, così che avremmo un poeta assai originale; e il Pàscoli, il quale per sua naturale disposizione era da giòvane disposto al lepore piuttosto, e all'amàbile e bonària allegria, fu così come al Dio piacque.
Egli cantò nel suo silènzio, fatto di umiltà, un pìccolo idìllico canto, ma senza uòmini, e senza amore, il generatore degli uòmini. Cantava le ròndini, i nidi, l'erba cedrina, le stelle, i pianeti, le rose, le cose mìnime e immense, ma senza mai nominare gli uòmini, così che l'idìllio era quasi doloroso e pauroso: cantava con uno stupore sacro, con un procèdere sgomento quasi che paventasse di svegliare l'òcchio feroce della Natura: la misteriosa sfinge della Natura. Anzi egli la lodava, questa Natura, nell'ape, nelle rose, nelle ròndini, nelle stelle: la diceva pietosa e buona. Ed il suo canto era sìmile al susurro delle andrene che egli vedeva sopra la tomba della fanciulla; e vedeva anche la fanciulla là sotto la terra e la chiamò beata, perchè pura di vite create a morire.
La infantilità dell'idìllio diventava ben tràgica! Più tardi, è vero, egli nominò gli uòmini che camminàrono nella stòria; ma essi èrano senza variazione di stòria; ed èrano piuttosto ombre che uòmini, i quali dalla guerra della vita andàvano verso una grande purificazione.
Il Dio Apòlline, o Pan che fosse, aveva inoltre data al poeta una sampogna, che è un primitivo istrumento pastorale, ma così sottilmente lavorata con lima d'oro e formata di così preziosa matèria che ne usciva una dolcìssima cantilena: la quale si confondeva con l'antico dolore, per modo che il poeta finì con amare quasi il suo dolore, perchè non avrebbe potuto liberarsi da questo senza distrùggere quella sua cantilena.
E con quella sampogna si recava spesso alla casa dei morti, a consolare i suoi, e altri ancora.
E qui il Dio Pan, o Apòlline, compiva un altro miràcolo perchè il cimitero si trasfigurava agli occhi del poeta come fosse stato l'antica ìsola dei beati, circondata dall'azzurro mare. E anche questa era una consolazione. Qualche volta poi avveniva che da quella sampogna uscìssero squilli come dai bèllici oricalchi delle più perfette orchestre moderne. Sono scherzi che fanno gli Dei, cioè gli invisìbili. Il poeta aveva un po' di paura dei suoi stessi suoni, ma quasi se ne compiaceva. Si doleva soltanto — e un po' infantilmente — quando qualcuno di quelli che si chiàmano crìtici, voleva smontare la sua sampogna per vedere come era fabbricata, e se la marca di fàbbrica era ellènica, o latina, ovvero inglese, o germànica; ma non si scompòngono, gli istrumenti degli Iddii! E si doleva altresì quando qualche altro, maestro di lògica, gli diceva: «Lei si decida o per la sampogna o per il bèllico oricalco. Majora canamus o minora canamus?» Una volta anzi avvenne questo fatto curioso che intorno a lui, come già intorno ad Orfeo, si radunàrono tutte le bèstie, ma non èran già le tigri e i leoni, ma èrano i conigli, le pècore e altri animali così detti ùmili e mansueti. Ad un tratto, la sampogna squillò, e una voce rimbombò: «Itàlia!», e fu un fuggi fuggi, e il poeta si trovò solo con la sua contraddizione vicino, e un puzzo all'intorno, che egli sinceramente non avrebbe mai sospettato.
Sono scherzi che fanno gli Dei.