— Giovanni Pàscoli — risposi naturalmente.
Quello infatti che il dottore mi mostrava era un ritratto di Giovanni Pàscoli.
Il dottore sorrise; scoprì per intero il ritrattino e disse: — No, è il padre, Ruggero Pàscoli che aveva, quando fu ucciso, press'a poco la stessa età del poeta quando l'anno scorso morì. La somiglianza è così grande che tutti rispòndono come lei, e questa somiglianza non è senza significazione. Ma c'è di più: guardi.
Il ritrattino sbiadito rappresentava il signor Ruggero Pàscoli, sorridente, felice, in mezzo alla nidiata dei suoi figliuoli, attorno a lui, su le ginòcchia di lui.
— Ma vede! — disse il dottore. — La mano del padre è posata per protezione e per più intenso affetto su la testa di Giovannino. Ciò lei può dire che è casuale; ma ecco un altro ritratto — e ne mostrò un altro, una spècie di dagherrotipia, dove ancora la mano del babbo sta posata su quella stessa testolina infantile: — si distingue appena un po' il nero degli occhi, ma è lui, Giovannino. Questo voglio dire — continuò il dottore — che vi sono molte cose che ancora non sappiamo. I crìtici dìssero che il dolore del poeta per la uccisione del padre era diventato un sèmplice dolore artìstico. Fu, invece, un dolore vero, quasi fosse stato egli, insieme col padre, trafitto.
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Si parlò di altre cose che qui non è il caso di riferire. — Piuttosto si può dire — disse il dottor Grigioni — che, nella vita, Pàscoli fu un tìmido, forse un dèbole verso gli uòmini.
— Forse — risposi; ma poi mi ripresi e dissi: — Ma che cosa sono gli uòmini? Pochi come lui bussàrono alle porte del Mistero con tanto ardimento.
— E anche questo è pur vero — disse il dottore.
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