Uscimmo all'aperto, infine. Dopo, del Pàscoli non si parlò più.

Il dottore volle che entrassi nella sua casa: egli non aveva vergogna se non aveva salotto. La casa era piena di libri, di fiori; e dietro la casa c'era un grande orto, ricco dei bei doni della terra. La signora servì la limonea. Mi pregò di non guardare la casa: «mio marito mette i libri da per tutto».

— Come fa, dottore — domandai —, lei uomo di stùdio, a vìvere qui fra questi?... — E non riuscivo a dire uòmini.

— Ma tanto qui come a Milano, come a Roma — disse sorridendo il dottore — son tutti uòmini; è questione di levare un po' la scorza.

— Non desìdera di lasciare la condotta, trovare occupazione altrove?

— Non desìdero.[8]

Ed ecco entrò un villano col cappello in testa e reclamò il dottore sùbito per la sua donna che «urlava come una bèstia e la scottava come il fuoco».

— Ora vengo — gli disse il dottore e a me disse sorridendo: — La sòlita ipèrbole romagnola. E sono romagnolo anch'io!

— Ma tu non bevi vino! — disse la signora.

Così presi commiato dal dottore, dalla buona signora, da Iris, da Eros.