— Ah, si chiama «tifo» quel servire un pòvero ragazzo ora cotto arrosto, ora in salsa rifredda? Si chiama tifo?
[In fondo, sì! Mimì aveva ragione, si chiama «tifo», che alla lettera vuol dire «instupidimento». Che colpa aveva Mimì se un ragazzo di vent'anni, tenuto alla catena in collègio per sette anni, dove aveva mangiato tutte le romanticherie possìbili, un bel giorno va a bàttere il naso contro la sottanella di una sartina, la quale, indubbiamente, odorava forte di paciulì? E chi le può fare rimpròvero se per qualche tempo lei si è divertita nel vedere gli strani effetti che su di me produceva il suo inestinguìbile odore di paciulì? A Milano, in fatti, per significare «innamorarsi sul sèrio», dìcono: «fare il tifo».
Quel mio compagno di Asiago, il tremendo teutònico, che durante i sette anni di catena in collègio pareva non pensasse ad altro che alla filologia comparata ed alla Santa Vehme, appena fu lìbero, andò anche lui a sbàttere, ma con tanta violenza, contro una sottanella profumata che gli venne come un furore: e allora giù liquori per rinfrescarsi! E in pochi anni, fra sottanelle e liquori, la sua fibra di cimbro fu spezzata come un fuscello. Egli fece kara-kiri in altro modo.]
— Veniamo a noi, signora. Quale è l'argomento delle vostre poesie? È fàcile supporre: l'amore.
Mimì fece cenno di no, l'amore non era il tema prevalente delle sue poesie.
— Questa è una cosa grave — dissi io.
— Non esìstono forse altre cose che l'amore? — disse Mimì.
— Ma la bontà, la pietà per gli infelici, l'eroismo — disse Mimì con entusiasmo —, la fratellanza umana, il progresso umano, e poi le bellezze del creato. Non esìstono forse tutte queste cose?
— Se voi ci credete, esìstono.