Come si vede, io era pieno di purità: dunque, honny soit qui mal y pense!
Io ero solo in quel caffè: l'ùltimo nottàmbulo se ne era andato: io ero il primo avventore mattutino. Con l'aiuto di una pìccola cartina geogràfica, risalivo il corso della Savena; pregustavo il viàggio, sorbendo un ben sciagurato caffè. «Ecco — dicevo in pura letìzia di spìrito — l'incantèsimo dell'aurora fra poco distesa per il cielo; ecco le pure àcque giù dai monti; ecco si àprono i fiori; ecco càntano le ròndini! Tutto puro.» Dunque, honny soit qui mal y pense!
Perchè, d'improvviso, un'automòbile rombò, sostò davanti al caffè; partì sùbito con un miagolio rabbioso; ed io avevo appena levati gli occhi, che due donne sbattèrono la portina a vetri, irrùppero nel mezzo della sala. Parèvano le padrone del caffè, della notte, dell'universo. Ondeggiàvano enormi stravaganti pennacchi. Una di esse comandò imperiosamente, battendo con le nocche inanellate sul marmo: — Botega! cafè e late! — e poi alla compagna disse: — Sentèmose qua. E mi sentii profondare poi sollevare sul sofà. Ella si era seduta presso di me. Un acuto profumo mi investì.
Costei era veramente una figura notèvole: due occhi chiari, freddi, imperiosi in un volto olivigno, dalle linee forti: bel rictus meretrìcio. Una larga tònaca nera di seta, trascinata con grande sprezzo, lasciava intravedere gli ondeggiamenti di un grande corpo. Un senso di angòscia mi sorprese.
L'altra era più giovane, più èsile: una figurina esòtica; ma sbattuta, sciupata, sgualcita. Si liberò come dolorosamente delle grandi piume: apparve un volto triangolare come d'una serpe: volto senza fronte, tutto avvolto in treccine bionde; due immoti occhi di turchese, dilatati, paralleli; un tàglio carmino di bocca; un mento plasmato come da un bizzarro artèfice. Costei sbadigliò liberamente, risbadigliò, rialzando i gòmiti e inturgidèndosi tutta. Allora parve accòrgersi che nel caffè non era sola, lei e la compagna. Parve con un sorriso stancamente dirmi: «Pardon!». E quasi a mèglio spiegare, rivolta alla compagna, disse: — Go sono!
Sorbìrono un po' di caffè e latte; poi la bruna sbattè sul marmo una borsa a màglie d'oro: trasse dalla borsetta un astùccio d'oro; dall'astùccio una sigaretta che rotolò fra le palme; cimò il tabacco con certe ùnghie acute, rosse.
Chi èrano queste due donne notturne? Sozzura notturna certamente. Ma quale? Quella che la questura scopa; o quella che è idealizzata dagli scrittori? innominàbili èrano? ovvero di quelle che sono nominate con onore?
La mia ignoranza è grande. «Ma quali voi vi siate, ah, le turpi fèmmine! ah, i vili scrittori che idealìzzano codeste fèmmine, commèntano davanti alla onorata nostra povertà quanti diamanti elle possèggono; e quanto denaro dissìpano; e fanno i nomi degli stùpidi proci che aspìrano alle loro nozze! E le vanno ad intervistare codeste fèmmine, e più insulsàggini elle dìcono, più sono giudicate originali; e ci pàrlano dei ritmi, dei sìmboli che hanno sin nei piedi; e ci presèntano le loro lìnee invereconde nei disegni e pitture, e ci raccòntano nei romanzi le avventure della loro vita! Obbròbrio!»
(La biondina, con la testa abbandonata sul bràccio e come dormiente, aveva pure un non so che di soave: la bruna, eretta con que' chiari occhi metàllici, aveva alcunchè di crudele.)
Ma quale maligna forza mi costringe a guardarle? Esse non si accòrgono nemmeno di me: io pur le guardo: io le intervisto. Sì, le intervisto anch'io, e domando: «Quale abisso separa me da voi? Bellìssime creature, io vorrei che voi mi diceste, che voi mi dichiaraste che cosa sono per voi i titani dell'umanità: i grandi scopritori, i grandi polìtici, i grandi guerrieri, i grandi scienziati, i grandi poeti».