Sì, «bello» e basta.
Quanto più sàvio baciare le impenetràbili porte del mistero, e dilungare piamente, in silènzio, a capo chino, come facèvano quelle donne, piuttosto che urtarvi col capo, come facciamo noi! Ed allora anch'io mi posi a riguardare quei riquadri delle porte ad alto rilievo di bronzo, ed una figurazione più delle altre mi attrasse: essa rappresentava un cancelletto campestre, dietro il quale era un orto fiorito, e, dentro, tante figurine con gli occhi levati verso il cielo.
Sotto stàvano iscritte quelle parole simbòliche che il D'Annùnzio pose a tìtolo delle sue rime profane: Hortus Conclusus. E tutte quelle figurine di bronzo, che sono gli abitanti del nostro mondo, parèvano estàtiche a contemplare quello che avviene lassù, nel gran sècolo, nella gran pàtria di Dio. E un po' per volta divenni estàtico io pure.
— Mi accorsi allora di non èssere solo: una vècchia magra, lunga, passava cercando con gli occhi e col tatto, l'una e l'altra porta.
— Che cosa cercate, buona donna?
— E ci deve èssere! L'ho visto quand'io era bimbetta, e non lo trovo più! — disse come parlando a se stessa.
— Che cosa?
— Il pretino, veh! — rispose.
Ella cercava tra quelle figurazioni la stòria di un prete di cui era antica leggenda che avesse rubato l'àbito e la corona di gemme alla Madonna: «E un giorno — diceva la vècchia — trovorno il pretino stiacciato fra le du' porte, metà di qua, metà di là; e allora si capì che era stato lui. E ci dev'esser qui il pretino, e non lo trovo più».
La buona vècchia, da quanto riuscii a capire, credeva nella Madonna e nel miràcolo, ma non credeva nei preti.