— Guardi che il treno parte sùbito.

— Rimango.

Fu per tale ragione che sono disceso a Borgotaro, luogo deserto fra i monti. Ma dove è Borgotaro? È lontano dalla stazione. Deserto e solitùdine là dove io ero. Ma cosa fare lì? Forse che noi siamo come il pàssero, che non si può staccare dagli uòmini omicidi?

*

Il paese di Borgotaro si disegna a corona, distante circa un chilòmetro dalla stazione. Un nastro di strada, larga, bianca, vi conduce. Mi avviai piano piano. Quando fui a metà circa della via, mi sorprese una casa nuova, dove tutta la facciata era occupata per il lungo da una scritta cubitale, con caràtteri neri su lo sfondo bianco della fàscia: e la scritta diceva così: «senza Dio noi non siamo nulla».

Questa curiosa scritta mi ha fermato lì per qualche tempo. Certo che non è fàcile dichiarare che cosa siamo venuti a fare al mondo: a far nùmero? a dar commèrcio? a godere — come mi diceva tristamente una signora: «io vòglio godere!»?

Invece quando si ammette Dio, la risposta viene bene: — «Siamo venuti al mondo per amare e servire Dio, e poi goderlo in paradiso».

La difficoltà sta tutta nella prima parte: crèdere in Dio. Ma non c'è dùbbio che il proprietàrio di questa casa è un santo o qualcosa del gènere affine.

Borgotaro!

Borgotaro triste, cadente, diroccato borgo, chiuso nelle mura dell'antico castello. Come fa la gente qui a consumare le ventiquattro ore dell'esistenza giornaliera? Io non ci potei consumare due ore. Mi ricordai che presso questo castello passò negli anni 1494 Carlo VIII, re di Frància, quando mosse alla conquista del Reame di Nàpoli.