Il merìggio divampava ardente fra il silènzio dell'Appennino. I bimbi, infilzati su le baionette bùlgare, mi chiamàrono alla mente il re Carlo VIII, con la lància alla còscia, che infilzava l'Itàlia. Federico Nietzsche diceva: «Benìssimo!» e l'onorevole Luigi Luzzatti diceva: «Oibò!».

Queste stravaganti fantasie mi ballàvano dolorosamente nella testa in quel merìggio. Tutt'effetto di nervi non riposati. Se avessi riposato la notte a Pisa, il pensiero doveva essere questo: «Dove è un'osteria? dove si màngia bene a Borgotaro?»

Me ne tornai indietro da Borgotaro senza far colazione, in compagnia di un vècchio lavoratore che incontrai per via. Gli domandai — come vi passammo davanti — a chi apparteneva la casa su la quale era la scritta, «Senza Dio noi non siamo nulla».

— Èccolo che vien fuori adesso — disse il lavoratore.

— Quel prete?

— Sì, quel prete.

In quel punto, dal cortile usciva un biroccino, tirato da un cavallino asciutto, brioso, che nitriva allegramente. Il prete, che occupava col suo gran corpo il pìccolo sedile, non aveva affatto l'aspetto di uomo nato per la rinùncia. Era un forte, vigoroso uomo.

Appena fu su la via, mosse le rèdini e il cavallo scappò. E il lavoratore si sberrettò.

Disse poi il lavoratore:

— Questa casa è sua, quel prato è suo, quel campo è suo.... Anche quei campi là son suoi.