Ma di tutti i pregi il maggiore è senza dubbio l'originalità della sua musica, per modo che chi abbia sentito qualche opera di lui lo riconosce a mille miglia. E questa originalità che consiste in elementi impossibili a spiegare, quantunque abbia dell'esotico, non diventa monotona, non ci stanca come quella, p. es., di Grieg, col quale si potrebbe forse lontanamente confrontare, perchè egli ha sempre qualche cosa di nuovo a dirci nella sua lingua e perchè domina la gamma dei sentimenti e sa essere ora dolcissimo e poetico, ora irruente e palpitante di passione, ora bizzarro, bacchico, ora aspro e maschio.
Egli fu chiamato l'anima del pianoforte. Il suo genio non sa dominare le grandi forme orchestrali e nel concerto e nella sonata gli mancano alle volte l'unità e lo sviluppo tematico sapiente, l'istinto della misura; egli è invece sommo nelle forme più piccole, nei suoi ispirati Preludi, nelle Mazurke, Polonesi, Ballate, nei Notturni, ed alle volte, come nei suoi potenti Scherzi, si alza fino alla grandezza tragica. Le sue composizioni sono vere poesie musicali ed esse non hanno bisogno di programmi per trasportarci nella terra dei sogni. Gli arabeschi, i passaggi diventano veri pensieri e cessano di essere soltanto occasione di virtuosismo, tanto che fra i suoi Studi havvene alcuni che contano fra le sue opere più ispirate. Egli unisce alla melanconia e sentimentalità delle canzoni slave la sapienza armonica tedesca, l'eleganza e la varietà ritmica francese, la facilità melodica e la purezza di linee della musica italiana. Egli sa toccare tutte le fibre più delicate, è romantico, cavalleresco, appassionato, elegante, fantastico e mai cade nel comune e nel triviale. Nato da padre francese e madre polacca, la sua musica ritrae il carattere di tutt'e due queste nazioni ed in essa risuonano il grido di dolore della sua patria oppressa, le memorie tristi dell'epoca passata, il rimpianto della libertà. Natura sensibile e delicata, egli pianista insuperabile, si ritirò ben presto dalla vita pubblica e visse quasi sempre a Parigi dove egli morì ancor giovane di mal sottile.
«Gli influssi di tre nazionalità fanno di lui una personalità spiccatissima ed egli si è appropriato il meglio di tutto quello che distingue i tre popoli. La Polonia gli diede lo spirito cavalleresco ed il dolore stoico, la Francia la sua gentilezza e grazia, la Germania il sentimento romantico. Ma se egli siede al pianoforte ed improvvisa, non è più un polacco, francese o tedesco; egli palesa un'origine più alta e si capisce che è originario dal paese di Mozart, Raffaello e Goethe e che la sua patria è il regno poetico dei sogni» (Heine, 1837). Parola giuste alle quali non ci sarebbe da aggiungere altro che anche l'Italia gli portò i suoi doni e che lo spirito di Bellini gli aleggiava intorno, quando egli scrisse alcuni dei suoi notturni, perchè la perfezione della linea melodica e la dolcezza dell'ispirazione gli è venuta dall'Italia.
Il wagnerismo aveva messo in moda una specie di mal celato disprezzo delle opere di Mendelssohn e persino di Schumann. Ma il tempo ha fatto al solito giustizia. È vero che molte anzi moltissime delle opere di Mendelssohn portano ormai visibilissimi i segni della vecchiaia ed appartengono ad un tempo ben diverso dal nostro, ma nessuno vorrà negare che alcune delle sue opere non sieno concezioni geniali che dureranno ancora per ben molto tempo. Invece Schumann è oggi più vivo che mai, perchè in lui non c'è nulla di convenzionale e tanto le sue opere che quelle di Chopin nel loro lirismo melanconico, la loro sensibilità e colorito poetico corrispondono alla psiche moderna.
L'ultimo degli scritti di Schumann per la Gazzetta musicale di Lipsia è dedicato a Giovanni Brahms (1833-1897).
«Ho pur pensato più d'una volta, egli scrive, che dovesse apparire taluno predestinato ad esprimere in modo ideale il suo tempo, uno che raggiungesse la perfezione, senza subire uno sviluppo progressivo. Ed egli è venuto, un giovin rampollo alla cui culla vegliarono le Grazie e gli Eroi. Egli si chiama Giov. Brahms».
Ed era tempo, giacchè dopo la morte di Mendelssohn, Schumann e Chopin nessun vero e grande talento s'era mostrato degno di assumere il loro retaggio nel ramo della musica istrumentale, per quanto Liszt avesse già cominciato a mostrare nuovi orizzonti dell'arte coi suoi poemi sinfonici.
Non è qui il luogo di esaminare se la profezia di Schumann si sia avverata. Il predominio della musica wagneriana e l'influenza che questa ha esercitato sulla musica moderna lo hanno fatto passare in seconda linea. Ma egli quantunque gli mancasse per la sua natura di rigido protestante l'olimpicità e la comprensione della vita pagana antica fu veramente l'ultimo dei classici, ed appunto perchè senza ignorare le innovazioni moderne fu fedele conservatore di quegli elementi dell'arte che sono eterni e che oggi tante volte si trascurano, si volle chiamarlo retrogrado e scolastico. Se però i segni del tempo non ingannano, non è improbabile che succeda una reazione ora che gli animi si sono calmati e che Wagner e Brahms non sono più il grido di guerra di due partiti avversi. E ciò lo mostra il fatto, che gran parte dei musicisti di Germania derivano direttamente da Brahms talmente che molte delle loro opere non sono che sbiadite imitazioni di quelle del maestro.
Il carattere di Brahms è prettamente nordico e sì diverso dal nostro che a noi italiani riesce ben difficile il comprenderlo veramente nella sostanza delle sue opere e ciò tanto più, che Brahms come nella sua vita privata anche nelle sue opere è ritroso e schiva ogni troppo palese esplosione quasi si vergognasse di mostrarci le sue più intime fibre. E come egli non ha nulla di una natura latina, così non si trovano elementi di arte italiana nelle sue opere. In complesso egli inclina allo sconforto ed ha molto di quella profonda melanconia tutta propria anche ai poeti del suo paese, che Nietzche chiama la malinconia dell'impotenza ma che piuttosto deriva da impressioni indelebili del paesaggio nordico, che s'infiltrano e restano nell'anima. Impotenza non propria e personale ma della sua epoca che a Brahms, ultimo erede dei classici, i quali per lui significarono la perfezione doveva sembrare di decadenza. Eppure quest'uomo sì poco comunicativo aveva un'anima sensibilissima e romantica, che però sapeva colla ferrea disciplina dei suoi studi dominare. Brahms fra i moderni fu quegli che studiò più profondamente e con vero frutto gli autori antichi, specialmente i grandi maestri di musica polifonica vocale, che basa sulle tonalità di chiesa e che è nel ritmo ben più ricca della nostra, i clavicembalisti francesi ed in genere gli autori antichi. Ma tutti questi elementi anche eterogenei si fondono nella sua mente, forse ad eccezione della nota romantica schumanniana, che dura fino alle ultime opere ed è predominante nelle prime e ciò che è strano dell'elemento della musica popolaresca per quanto idealizzata.
Brahms ha coltivato tutti i generi della composizione ad eccezione dell'opera (Sinfonie, Musica da camera. Concerti per pianoforte, violino, Cori, Cantate, Requiem, ecc.). Le prime opere sono per eccellenza romantiche. Ma chi le studia attentamente vi trova altri elementi quali la canzone popolare, il corale protestante e l'arte tematica di Bach. Donde il carattere essenzialmente germanico della sua musica e quell'impronta di durezza ed austerità che la fa apparire più sana e potente. La melodia ed in genere la musica di Brahms è assai originale e risulta non soltanto dalla linea melodica stessa quanto da una combinazione speciale di ritmi ed armonia e dalla polifonia, (ritmi binari e ternari appaiati, accordi spezzati, successioni di terze e seste, accentuazione delle parti deboli della battuta, incisi ed ommissioni, ecc.). Il suo Requiem tedesco è certo una delle opere più potenti che furono scritte dopo le Passioni di Bach e gli oratori di Händel ed anche in questo Brahms è diverso da tutti gli altri autori di Messe da morto, nelle quali è il Dies irae che da l'intonazione. Le sue quattro sinfonie e fra queste specialmente la prima aspra e forte, mostrano che nessuno come egli seppe penetrare nei secreti della mente di Beethoven. E se ad esse manca qualche volta il carattere monumentale, vi è invece ammirabile la logica musicale e la grandiosa sapienza tecnica. Nè giustificata appare la critica che si fa dell'istrumentazione delle stesse, che si vuol dire incolore e monotona. Certo egli non è un pittore dalla tavolozza smagliante ma piuttosto un disegnatore di una finezza incredibile, al quale basta una sfumatura di tinte, perchè egli non vuole concentrare l'attenzione che sul contenuto. Perciò le opere più perfette che egli scrisse e quelle che presumibilmente dureranno più a lungo sono quelle di musica da camera che superano di gran lunga tutte le contemporanee e le odierne e sono pari a quelle di Schumann. Una delle forme musicali predilette da Brahms è la variazione che egli tratta non solo da gran maestro ma anche da vero poeta. Le sue variazioni non consistono soltanto nella diversa figurazione del tema e nel cambiare l'accompagnamento ma tenendo fermo il basso diventano veri pezzi caratteristici di forma svariatissima sia nella melodia che nel ritmo ed armonia.