Ma se la stella di Mascagni e ben più quella di Leoncavallo va tramontando, il successo rimane pur sempre fedele a Giacomo Puccini (1858). Egli fu fra i primi della cosidetta nuova scuola ad entrare nell'agone colle Villi (1884) un soggetto, che col verismo nulla ha da fare, ciò che dimostra come il nuovo indirizzo ha ben altra provenienza di quella che si crede, specialmente fuori d'Italia. Le Villi sono caratteristiche per giudicare dell'opera del musicista, perchè Puccini palesò in questa piccola opera tutte le sue principali qualità, che non hanno subito poi grandi trasformazioni. Alle Villi seguì l'Edgar, opera oscillante fra il vecchio ed il nuovo senza sicurezza d'indirizzo e che non ebbe successo. Ma la rivincita venne presto colla Manon, che è forse ancor oggi la miglior opera del maestro, specie nel primo atto, ricco d'invenzione melodica, gran movimento ritmico, varietà e spontaneità oggi assai rara. La Bohème è invece l'opera più diffusa e generalmente applaudita. Ma tanto essa quanto la Tosca, per quanto questa accentui la nota tragica ed anche Madame Butterfly derivano in ultima linea dalla Manon. Nè Puccini si è cambiato nella sostanza della sua ultima opera la Fanciulla del West che nell'aver continuato il processo d'assimilazione già incominciato colla Butterfly del nuovo sistema armonico e di averlo saputo modificare secondo i suoi bisogni e la sua natura come nessun altro meglio di lui. Melodicamente egli è rimasto sempre lo stesso ed egli supplisce anche nella Fanciulla del West alla mancanza di vera forza drammatica col frammettere con arte innegabile a tutte le peripezie veristiche ed alla fretta del libretto frasi melodiche che spesso sono ispirate e pur non interrompono troppo l'incalzare dell'azione. Di ciò ne è prova specialmente il primo atto che ha in questo riguardo molta somiglianza col primo della Manon. Tosca e la Fanciulla del West sono i tentativi di Puccini nel campo dell'azione tragica a forti tinte ed ambedue non si possono dire veramente riusciti, giacchè egli è un'anima essenzialmente lirico-patetica, che fallisce alla prova, quando egli vuole oltrepassare il limite messo alle sue forze, le quali bastano a cogliere felicemente un momento fuggevole ma non a dipingere un quadro a grandi linee.

Lo stile di Puccini, e che egli abbia uno stile proprio nessuno vorrà negare, è fatto di sfumature e carezze ed è certo meno nazionale di quello di Mascagni. Egli lo ha formato sulle orme di Bizet ed ancor più di Massenet, che gli è affine, ma ha saputo dargli fino ad un certo punto una nota propria. La sua musica non predilige le grandi linee, i grandi quadri ma è a piccoli disegni di trama sottilissima e delicata, che l'autore con un'arte veramente incomparabile dell'istrumentazione ci fa apparire sempre sotto nuovi aspetti. Ma egli è di tutti i musicisti italiani il più accurato ed è incredibile come egli sappia seguire le parole anche quando queste sono pedisseque, pur mantenendo il periodo musicale e rialzando colla musica la prosa del testo. I soggetti delle sue opere (Manon, Tosca, Mimì, Butterfly, Minnie), ci indicano la caratteristica del maestro, che tenta di penetrare l'anima femminile nelle sue più sensibili fibre ed è naturale, che da ciò dipenda quel tanto di flebile sentimentalità, che è proprio della sua musica, povera di rude maschiezza e grandiosità ma quasi sempre delicatissima e piena di poesia. E ciò non è sì poco da giustificare tutte le critiche acerbe, che subirono in Italia e specialmente all'estero le opere di Puccini, che non è certo della stirpe verdiana ma al quale non si può negare sapienza, accuratezza e neppure ispirazione. Egli del resto non ha quasi mai tentato di parere quegli che non è e dove l'ha fatto, ha saputo con grande intuizione foggiare a suo modo il libretto, per farlo corrispondere al suo ingegno. E per ciò è ingiusto il voler pretendere da lui quello che non volle e forse non potè darci.

Umberto Giordano (1867) e Alberto Franchetti (1869) contano pure fra gli autori italiani più noti. Giordano si affermò già presto colla Mala vita (1892). Regina Diaz non piacque ma fu grande invece il successo di Andrea Chenier e quasi pari quello di Fedora. Le ultime opere Siberia, Marcella e Mese mariano non ebbero gli stessi applausi delle consorelle, nè si può neppur dire che la novissima Madame Sans-Gêne (1915) ci abbia palesato una nuova nota od un progresso, ciò che del resto era prevedibile data la specie di libretto episodico e ribelle alla musica. La quale per necessità se ne risente e riesce frammentaria ed ineguale, difetto solito della musica del maestro, che si contenta di seguire le scene senza grandi preoccupazioni di unità di stile ed altro. La musica di Giordano non ha veramente una fisionomia propria ma essa si distingue però in qualche modo da quella degli altri. Egli è dei nominati forse il più cerebrale ed il meno spontaneo ma sa calcolare sapientemente gli effetti ed ha l'istinto del teatro. La sua tecnica è assai sviluppata e se la sua ispirazione melodica non è gran fatto potente, non gli manca però qualche volta la frase calda, quando il dramma lo richiede, mentre in altre parti egli si contenta di illustrare fedelmente e con grande varietà e sicurezza le parole e situazioni. Perciò la musica di Giordano ha bisogno della scena e ben poco ci dice senza di questa, ciò che in sè non è un difetto.

Alberto Franchetti veniva considerato in Italia fino pochi anni fa come il più dotto dei musicisti italiani moderni che si dedicarono al teatro. Ed in verità nessuno fra i colleghi ha mostrato di sapere quanto lui, che studiò alla scuola di Rheinberger e Draeseke, far uso della polifonia per costruire pezzi di grandi dimensioni alla guisa di Meyerbeer, col quale ha qualche lontana somiglianza, nè le opere italiane moderne hanno molto da mettere a paro coi cori del secondo atto del Cristoforo o colle imponenti sonorità del finale del primo atto, e non è sempre una bella frase o melodia che gli manchi. Ma la vera scintilla, la melodia calda ed espressiva è ben di rado da trovarsi nella sua musica. L'Asrael, un'opera pletorica senza proprio stile ma con molte reminiscenze le più varie fu però una bella promessa. Il Cristoforo Colombo mostra una mano molto più esperta ed ha delle belle pagine accanto a molte mediocri. Fior d'Alpe ed il Signor Pourceaugnac non ebbero successo anche perchè Franchetti ha bisogno delle forme ampie del melodramma o storico o fantastico. Perciò egli vi tornò colla Germania, inferiore al Colombo, perchè vi è troppo preoccupazione di voler essere melodico e facile, senza esserlo veramente. E lo stesso si può dire della Figlia di Jorio, nella quale Franchetti ingannato dalla bellezza dei versi credette trovare un soggetto adatto a lui. Ma egli ad onta di tutto l'amore e lo studio che vi impiegò non riescì a trovare il colore dell'ambiente ed ancor meno ad eguagliare il poeta ma si è contentato di scrivere della musica ben fatta e discretamente interessante. L'ultima opera Notte di leggenda (1915) non aggiunse nulla alla fama dell'autore, perchè in essa non c'è alcuna novità ed il maestro si contenta di seguire la via già battuta da lui e tanti altri.

Altri maestri noti sono:

Luigi Mancinelli (1848) autore di un Jsora di Provenza (1884) che ebbe qualche fortuna e di Paolo e Francesca (1908) che la supera di gran lunga e per ispirazione e fattura. Mancinelli è pure autore pregiato di musica orchestrale (Intermezzi per Cleopatra, Scene veneziane ed Oratori, Isaia, Ero e Leandro); Antonio Smareglia, (1854), musicista assai serio di carattere essenzialmente romantico, continuamente in cerca d'uno stile moderno, (Preziosa, Bianca da Cervia, Vassallo di Szigeth, Cornelio Schut, Abisso, ecc.). La sua miglior opera è forse Nozze istriane e la più elaborata e poetica Oceana (1903) specie di commedia fantastica, che si adatta alla sua indole.

A. Cilèa (1866), autore di Tilda, nata al tempo e sotto l'influsso della Cavalleria Rusticana, poi d'una gentile e melodiosa Adriana Lecouvreur e di Gloria, opera di grandi dimensioni ma senza novità e mancante di vera unità drammatica e di vigore.

Pietro Floridia, forse uno dei migliori e dei più ricchi di facoltà melodica e inventiva (Maruzza e Colonia libera) e che da lungo tempo tace.

Spiro Samara (1861) (Flora mirabilis, la Martire, La biondina, Rhea, ecc.).

Giacomo Orefice, (Chopin, Mosè).