Ma se Okeghem ed i suoi seguaci più di una volta si perdettero in simili capricci, non si deve però creder che le loro composizioni fossero più il frutto di semplice calcolo che dell'ispirazione, chè anzi alcune opere di Okeghem non mancano di maestà ed armonia. Pari se non maggiore di Okeghem è il suo coetaneo Giacomo Obrecht (1430) d'Utrecht, morto nel 1505 di peste a Ferrara, che istruì Erasmo di Rotterdam nella musica e che fu il più ispirato di tutti i musicisti anteriori a Giosquino.

Più fama di tutti questi ebbe Josquin des Près, (1450?-1521), Iodocus Pratensis, Giosquino del Prato, oriundo di Fiandra (Cambray? S. Quintino?) che fu cantore della cappella vaticana e che visse alla corte di Ercole I di Ferrara e di Lorenzo il Magnifico (1480), e posteriormente alla corte di Luigi XII di Francia. Egli morì ai 27 Agosto 1521 a Condè, dove egli era prevosto del capitolo. Il merito maggiore di Giosquino, spirito nuovo di virtù repleto, come lo dice Baldassare Castiglione, fu d'aver liberato la musica dalle esagerazioni della scolastica, e d'averla ridotta a maggior semplicità e bellezza. Lutero diceva di lui, che mentre gli altri compositori dovevano fare quello che volevano le note, egli faceva fare alle note quello che egli voleva. Fra le sue opere (messe, motetti, salmi, inni, canzoni, ecc.) molte possono ancora oggi non solo interessare l'uditore come curiosità storiche ma costringerlo all'ammirazione, come, per esempio, la celebre Messa: Herkules dux Ferraræ, lo Stabat mater, il grandioso Miserere a cinque voci scritto pure per incarico di Ercole, e più Ave Maria, dolcissime ed ispirate. Che anche egli all'usanza dei suoi colleghi qualche volta si perdè in ricercatezze e stranezze, come quando scrisse, così racconta Baini, un pezzo, in cui ogni parte cantava un testo differente, oppure il motetto dedicato a Luigi XII, col quale gli rammentava una sua promessa (Memor es verbi tui), è cosa perdonabile tanto più, che la Messa laisse faire à moi sul tema la, sol, fa, re, mi (lascia fare a me) nata da un simile capriccio, divenne una delle sue più belle ed ispirate composizioni. Fra gli scolari più noti di Giosquino ed i musicisti olandesi posteriori a lui sino ad Orlando vanno nominati Jean Mouton; Nicolò Gombert, autore di un celebre Pater noster; Clemens non papa, autore dei noti Motetti Vox in Roma, ed O Crux benedicta; il maschio e potente Pierre de la Rue, Antonio Brumel, ed Eleazaro Genet soprannominato Carpentrasso dalla sua patria, cantore di Leone X, del quale molti e molti anni si eseguirono nella cappella Vaticana le celebri Lamentazioni.

Schering ha tentato ultimamente di dimostrare che sino all'epoca di Giosquino la musica non era soltanto vocale ma vocale ed istrumentale insieme. A questa opinione l'inducono: l'oltrepassare i confini naturali delle singole voci, la mancanza d'ogni pausa per lunghi tratti, melismi e colorature quasi impossibili per voci umane, ecc. Schering chiama Messa d'organo quella in cui il coro unisono eseguiva probabilmente il cantus firmus (l'Homme armé, Malheur me bat, ecc.) mentre l'organista suonava le altre parti ed è innegabile, che la riduzione della messa di Giosquino l'homme armé, dividendone le parti quali messa d'organo, fa sparire quasi tutte le difficoltà e rende accettabile la tesi di Schering. Ma la questione non è del resto risolta come ne rimangono insolute tante altre circa la musica di quel tempo.

Ed ora prima di chiudere il capitolo degli Olandesi ci resta di parlare dell'ultimo grande rappresentante di quella scuola, che dopo di lui doveva spegnersi per sempre. Ma alla guisa del sole, che alla sera risplende di luce più viva e calda, il tramonto dell'arte olandese fu più splendido dell'epoca del maggior fiore. Questo grande artista fu Orlando di Lasso, un genio, che ha qualche cosa della grandiosità michelangiolesca e che ci riempie di ammirazione e stupore al pensare all'infinità delle sue opere di ogni stile e dimensione, quasi tutte ispirate. Orlando di Lasso nacque nel 1530 a Mons in Hennegau. Il suo nome è Roland de Lattre, che egli cambiò, perchè gli ricordava il triste spettacolo, a cui dovette essere presente nella sua infanzia, quando suo padre come falso monetario fu messo alla berlina con una catena di monete false al collo (?). Egli fu istruito nella musica per la sua bellissima voce e seguì a 16 anni Ferdinando Gonzaga in Italia. A 21 anni divenne direttore della Cappella di S. Giovanni Laterano. Ritornato in patria per vedere i suoi genitori prima della loro morte, non vi rimase a lungo tempo. Insieme a Brancaccio viaggiò per l'Inghilterra e la Francia e si fermò per alcuni anni in Anversa. Di lì viene chiamato da Alberto V nel 1557 alla corte di Monaco, dove restò fino alla morte (1594) in qualità di maestro di cappella, interrompendo il lungo soggiorno con un viaggio alla corte di Carlo IX in Parigi.

Il numero delle sue composizioni conservate per la maggior parte nella biblioteca di Monaco sorpassa le duemila, fra cui 51 Messe, 180 Magnificat, 780 Motetti, 2 Passioni, 429 Cantiones sacræ, 233 Madrigali, ecc., ecc.

La caratteristica delle opere di Orlando è la grandiosità e la profonda potenza espressiva. A questa egli sacrifica persino la dolcezza e l'armonia ed appunto in ciò sta la sua inferiorità in confronto del Raffaello della musica, Palestrina, che alla grandiosità ed espressione seppe unire la perfezione della forma e dell'armonia. Ad onta di ciò molte opere di Orlando sono monumenti imperituri dell'arte musicale e basti qui il nominare i suoi celebri Salmi penitenziali ed i motetti, nei quali egli allargò la forma, introdusse nuovi elementi e si staccò dallo stereotipo modello anteriore. La fama che egli ebbe ai suoi tempi fu espressa nel verso: Est Ille Lassus, qui lassum recreat orbem.

Dopo di lui l'arte olandese propriamente detta decadde rapidamente. I componisti fiamminghi si perdettero di nuovo in astruserie e puerilità come quelle di esprimere i diversi sentimenti con colori diversi delle note e come nella Battaglia di Marignano e le Cris de Paris di Clement Jannequin ed altri, in cui si voleva esprimere colle voci fucilate, grida e cozzar di spade. L'egemonia della musica doveva passare all'Italia, che era chiamata a darle l'impronta veramente artistica, la misura e la proporzione, toglierle le durezze e diminuire le astrusità.

La storia della musica quale vera arte comincia coll'epoca degli Olandesi. La musica anteriore non si può ancora chiamar arte ma piuttosto semplice scolastica tanto più che essa era coltivata quasi esclusivamente dai dotti che ne avevano fatto oggetto di studi più teoretici che pratici. La caratteristica della musica dei fiamminghi è la polifonia, il contrappunto semplice, doppio e triplo. L'imitazione ed il canone (chiamato allora fuga) si sviluppano e si perfezionano; le voci formano un complesso ordinato ed organico, quasi simbolo dell'indirizzo dei tempi, favorevole alle corporazioni, le confraternite e gilde.

Il pernio della maggior parte delle composizioni olandesi è di solito un tema del canto fermo, ora una canzone popolare, rare volte un tema di propria invenzione. Da questo si chiamavano le composizioni, donde p. e. il nome delle Messe, alle volte profanissimo, come Adieu mes amours, Mio marito mi ha infamata, fortuna desperata, des rouges nès e l'homme armé, canzone provenzale che servì di canto fermo a moltissimi musicisti. Quando la messa non aveva nel tenore simili temi tolti dal rituale o dalle canzoni, allora si chiamava sine nomine. I temi venivano accorciati od allungati secondo il bisogno, come pure si cambiava il valore delle note, sicchè essi erano piuttosto visibili e riconoscibili all'occhio che all'udito nell'intreccio delle voci e nel cambiamento del tempo. Non si creda però che il tema abbia grande importanza, chè questa sta molto più nelle parti create liberamente.

Il testo si scriveva di solito soltanto sotto le prime note e si lasciava poi ai cantanti la divisione del resto. Le opere degli Olandesi erano scritte nella prima epoca ordinariamente a tre poi a quattro, cinque e più voci. Esse sono con probabilità quasi esclusivamente vocali e soltanto nell'epoca della decadenza si usava sostituire ad una o l'altra voce istrumenti di solito a fiato. Alle note nere vengono sostituite le bianche e si fa uso qualche volta del semitono, che del resto di solito si ommetteva di segnare perchè sottinteso. Gli accidenti erano conosciuti ormai prima, giacchè se ne trova menzione negli Antifonari dell'epoca Guidoniana.