La scuola napoletana fondata da Alessandro Scarlatti conta una coorte di musicisti, autori fecondissimi, ispirati e facili, nè alcuna nazione vide mai in sì poco tempo seguirsi uno all'altro tal quantità di ingegni musicali, le melodie dei quali inondavano di dolcezza gli animi e li trasportavano in regioni incantate. Ed a quella guisa che i Fiamminghi avevano esercitato nel secolo XV un influsso decisivo sulla musica, così nei secoli XVII e seguenti l'opera napoletana domina non solo tutti i teatri d'Italia ma anche quelli delle corti di Germania e d'Inghilterra, mentre in Francia si accende la lotta fra i partigiani dell'opera francese ed italiana.

Fra i numerosi scolari di Alessandro Scarlatti ebbero maggior fama Francesco Durante, Leonardo Leo e Niccolò Porpora. Francesco Durante (1674-1755) di Frattamaggiore presso Napoli, maestro del Conservatore di S. Onofrio, non ebbe fortuna nello stile drammatico e si dedicò quasi esclusivamente alla musica da chiesa e da camera. Meno ricco di fantasia del suo maestro e del suo condiscepolo Leo, egli scrisse molte composizioni da chiesa a più voci, piene d'effetto, splendide nelle armonie o non prive di grandezza. Il suo Magnificat e la Messa alla Palestrina non sono neppure oggi dimenticati e quantunque non raggiungano le composizioni della scuola romana, possono annoverarsi fra le più belle opere del periodo posteriore al classico. Durante ebbe molti allievi, fra i quali Vinci, Iomelli, Duni, Traetta, Piccini, Sacchini, Guglielmi, Paisiello. Superiore a lui in ogni riguardo fu Leonardo Leo (1694-1744) di San Vito nella provincia di Lecce, melodiosissimo ed ispirato, che ebbe gran fama per le sue opere, in cui l'istrumentazione è delicata e caratteristica. Fra le sue composizioni sacre è celebre il Miserere a otto voci. Leo fu il primo a scrivere concerti per violoncello obbligato. Stupenda è l'Ouverture dell'Oratorio St. Elena al Calvario. Francesco Feo (1699-1752) fu condiscepolo di Durante e Leo alla scuola di Pitoni a Roma. Con lui la musica da chiesa decadde rapidamente, sostituendosi all'elemento religioso sempre più il drammatico e confondendosi i due stili.

Niccolò Porpora (1686-1767) fu autore fecondissimo in ogni genere, e fu egli che gareggiò a Londra con Händel. Maggiore della sua fama come compositore è la sua rinomanza quale maestro di canto e Farinelli ed il Porporino furono suoi scolari. La fama di Porpora è del resto molto minore dei suoi meriti. Egli è un vero classico e può misurarsi almeno nell'opera con Händel che alle volte supera p. e. nell'Arianna. Il suo difetto maggiore è una certa freddezza, che lo distingue in genere dai maestri napolitani.

Se già Porpora appartiene all'epoca della decadenza della scuola napoletana, ciò può dirsi a maggior ragione dei maestri posteriori, le opere dei quali, con poche eccezioni, composte per lo più in breve tempo e per secondare il gusto del pubblico, mancano di verità drammatica e sono oltre ogni dire manierate.

Leonardo Vinci (1690-1732) di Strongoli, scolaro di Gaetano Greco, dottissimo contrappuntista, fu dotato di fantasia inesauribile. Le sue molteplici opere drammatiche ebbero grande successo ai loro tempi per la dolcezza delle melodie e per una certa sentimentalità, che allora era di moda. Vinci sa però molte volte raggiungere una grande potenza drammatica specialmente nel recitativo accompagnato, col quale egli da grande varietà ed espressione alle scene più caratteristiche, preparando la riforma di Gluck.

Più noto di lui ai nostri tempi è Giovanni Battista Pergolesi di Iesi (1710) scolaro di Durante, Greco e Feo. Il suo ingegno gentile e delicato non era fatto per l'opera seria. La sua Olimpiade cadde a Roma e il giovane maestro se ne accorò tanto che la sua gracile salute ne ebbe tale scossa da non rimettersene più. Grande plauso destò invece il suo intermezzo La serva padrona, dato in Napoli (1731), opera che ancor oggi si eseguisce perchè è veramente ispirata ed ha vita drammatica ed eleganza di stile. Pergolesi fu colla Serva padrona ed altri intermezzi (il Frate innamorato, il Flaminio, la Contadina astuta, ecc) uno dei fondatori dell'opera buffa. Celebre pure fino ad oggi è il suo Stabat Mater, composizione che egli compì poco prima della sua morte (1736). Questa opera per due voci di donna e quartetto d'archi non appartiene alla vera musica sacra, ma cattiva gli animi per una dolce melanconia non però priva di passione che vi è sparsa e per la grande bellezza melodica e la chiarezza del disegno musicale. I soliti giudizi specialmente degli stranieri sulle opere di Pergolesi sono oggi da rifarsi completamente, giacchè egli non è punto lo sdolcinato autore, che si volle fin oggi fare di lui. Egli è invece fra i contemporanei il più geniale e quegli che anche nell'opera seria aveva iniziato una riforma drammatica, che la morte troncò e bastino per prova i recitativi drammatici dell'Olimpiade e dell'Adriano. Nell'opera buffa, della quale egli per circostanze esteriori ebbe più ad occuparsi, raggiunse un alto grado di perfezione per la concisione e bellezza della melodia, la sana e briosa letizia che non diventa mai triviale. Ma anche nella musica istrumentale egli fu un precursore geniale specialmente nelle Sonate per due violini e basso dove si trova già l'Allegro cantabile prima ignoto e di grande importanza per la musica posteriore, ed il riapparire del primo tema dopo lo sviluppo della seconda parte e del rivolto, un procedimento che a torto si riteneva fosse stato Filippo Emanuele Bach a usare per il primo.

Pergolesi scrisse in cinque anni di lavoro dodici opere teatrali, tre oratori, quattro messe, più Salve regina, lo Stabat, Arie, Trio, ecc.

Allo stesso genere di musica drammatica sacra appartiene pure il celebre Stabat Mater di Emanuele Astorga (1680-1736?), barone siciliano nato nel 1680 ad Augusta e morto in Spagna verso il 1750, autore dell'opera pastorale Dafni e di molte cantate. Le ultime ricerche di Volkmann hanno sfatato tutte le leggende, che si leggono sulla sua vita. Lo Stabat Mater di Astorga a 4 voci con archi è simile a quello di Pergolesi ma ha più maschia severità ed il contrappunto e l'armonia sono più ricchi.

Niccolò Iomelli di Aversa (1714-1774) frequentò la scuola di Durante e Feo. Scrisse più opere per varie città d'Italia. Scrittore facile e melodioso, egli seppe già dalle prime innalzarsi sopra gli altri. Passato alla corte di Stoccarda, dove fu molti anni maestro di cappella, fece risorgere le sorti di quel teatro, eseguendo opere, come in Germania mai si aveva prima sentito. Il contatto coi maestri della scuola tedesca influì altresì sul suo stile arricchendone l'armonia. Ritornato in patria i suoi ultimi lavori non ebbero fortuna. A torto però, giacchè le sue ultime opere per la nobiltà d'ispirazione e ricchezza di lavoro orchestrale si devono anzi contare fra le migliori della scuola napolitana. (Enea nel Lazio, Penelope, Fetonte). Fra le molte composizioni sacre che scrisse, è ancor noto un Requiem melodioso e d'effetto, benchè privo di maestà e grandezza. Una delle sue ultime opere fu un Miserere per due soprani e quartetto d'arco opera che può star a paro collo Stabat Mater di Pergolesi. Iomelli fu chiamato dai contemporanei il Gluck italiano e non senza ragione, giacchè nessun maestro italiano si curò tanto del libretto e della verità drammatica. Egli rimise in onore il coro, diede più importanza al recitativo accompagnato ed all'orchestra, che è trattata con grande diligenza. L'ultima scena del Fetonte è un pezzo di musica descrittiva piuttosto unico che raro per il suo tempo.

Niccolò Piccini di Bari (1728-1800) deve la sua fama, che dura fino ad oggi, più che alle sue opere, alle gare ed alla contesa che si accese negli ultimi anni della sua vita a Parigi fra i suoi fautori e quelli di Gluck. A lui spetta però il merito d'aver introdotto nuove forme nell'opera buffa, iniziata da Niccolò Logroscino (1700-1763), e d'averla arricchita di maggiore varietà. Egli abbandonò l'aria da capo di Scarlatti e vi sostituì la forma del rondò. Trasformò la forma del finale e fu sempre accurato nella strumentazione. La sua Cecchina ebbe tale successo che in pochi anni si rappresentò in tutta l'Europa. Qualche bel brano contiene altresì il suo Orlando, scritto per l'Opera di Parigi (1778).