Antonio Sacchini (1734-1786) di Pozzuoli, autore dell'Edipo a Colono e Tommaso Traetta (1717-1779) unirono all'abbondanza melodica napoletana vigoria e verità drammatica. Ambedue ebbero vita avventurosa e visitarono più paesi.

Giovanni Paisiello di Taranto (1741-1816) autore fecondissimo godè fama immensa tanto in Italia che in Germania e Russia. Più fortuna delle sue opere serie ebbero le comiche e buffe, fra cui il Barbiere di Siviglia per lo stile festevole ed urbano, per eleganza di forma e per la freschezza inesauribile della melodia.

Niccolò Zingarelli (1752-1837) napoletano, autore dell'opera Giulietta e Romeo, fu pedante e retrogrado ma egregio pedagogo;

Con Domenico Cimarosa di Aversa (1749-1801) scolaro di Sacchini, autore di Giannina e Bernardone, del Matrimonio segreto, eseguito nel 1792 a Vienna con successo enorme, l'opera buffa, retaggio della terra italiana, arrivò al più alto grado di perfezione per la naturalezza, giovialità sana e per gli interessanti contrasti, il tutto raggiunto con arte sobria e sicura.

Come in tutte le arti ad un epoca di splendore segue per legge naturale quella della decadenza, quasi che il genio umano abbisogni di riposo, al fiore dell'opera napoletana succede un'epoca nella quale il manierismo prende il sopravvento, lo stile perde l'originalità e diventa incolore. Ad onta di tutto ciò l'arte italiana mantenne almeno nell'opera il primato ed i musicisti italiani continuarono per lunghi anni ancora a dare le loro opere nei teatri di corte di Germania, ad occuparvi i più onorifici posti, ed i cantanti italiani erano ricercati e preferiti. E non solo i teatri di Vienna, Monaco e Dresda, ma anche molti di altre città, come Berlino, Breslavia, Lipsia, Stoccarda, Brunswick, ecc., erano intieramente dominati dagli artisti italiani, sicchè per i compositori tedeschi non restava altro che scegliere o fra l'oblio e la trascuranza o l'imitazione degli italiani.

Quest'epoca poi, che chiamiamo di decadenza, non lo è che relativamente al tempo anteriore, in cui l'Italia come mai nessun'altra nazione vide in sì pochi anni fiorire tanti uomini illustri, dotati di sì grande genio musicale, poichè fra questi maestri alcuni furono pari ai primi per vastità d'ingegno e dottrina. L'influsso della scuola napoletana è generale in quest'epoca, e se prima potemmo distinguere la scuola fiorentina, romana e veneziana, la caratteristica di queste scuole, che però durarono anche in seguito, va perdendosi per il predominio dello stile dell'opera e della musica dei maestri napoletani.

Il maggiore degli epigoni fu senza dubbio Antonio Lotti (1667-1740), probabilmente nato in Hannover, figlio d'un musicista veneziano, direttore di quella cappella. Studiò da Legrenzi ed occupò il posto di primo organista in San Marco, dove divenne poi direttore della cappella. Nell'anno 1718 si recò alla corte di Dresda e vi fece eseguire in occasione delle nozze del principe palatino di Sassonia la sua opera Gli odi delusi dal sangue ma non vi restò che poco tempo, essendo ritornato a Venezia per rimanervi fino alla morte. L'importanza di Lotti sta nelle sue opere di musica sacra. In queste egli raggiunse i più alti ingegni e vi lasciò traccia imperitura. La potenza espressiva, la grandiosità tragica, la maestà e sonorità dei suoi celebri Crucifixus a 6, 8 e 10 voci, delle sue messe, del suo Miserere in re minore, del suo motetto Laudate pueri a tre voci di donne e quartetto, si cercano indarno nelle opere dei contemporanei. Sul limitare dell'epoca della musica da cappella della scuola romana egli vi infonde nuovi elementi moderni, che ne arricchiscono l'espressione e corrispondono all'epoca in cui la riforma aveva suscitato il dubbio e l'anima non possedeva più la quiete e la tranquillità del tempo di Palestrina. Non meno grande che nella musica da chiesa è Lotti nei suoi Madrigali, duetti e terzetti (1705) fra cui la celebre aria: Pur dicesti, o bocca bella, oggi tante volte cantata. Una delle sue ultime opere fu il celebre madrigale Spirito di Dio (1736), scritto per ordine della Serenissima onde festeggiare il novello Doge.

Miglior fortuna di Lotti ebbe nell'opera il suo collega di studi Antonio Caldara, veneziano (1678-1763), maestro dell'imperatore Carlo VI, direttore dell'opera a Vienna (1718), autore di 69 opere teatrali. Caldara appartiene ormai alla decadenza e ad onta della sua ricchezza melodica manca d'originalità e sentimento drammatico. Fra la sua musica da chiesa è noto un Crucifixus a 16 voci e non sono ancora dimenticate alcune delle sue cantate.

Fra gli altri musicisti veneziani degni di menzione eccelsero Benedetto Marcello e Baldassare Galuppi. Benedetto Marcello nobile veneziano (1686-1739) deve la sua fama precipuamente alla sua opera capitale: Estro poetico armonico, raccolta di 50 salmi su parafrasi di Giustiniani, in otto volumi (1724-1727), edita più volte anche recentemente. Queste composizioni sono scritte a 1, 2, 3 e 4 voci con basso numerato ed altresì con istrumenti a corda, in stile diverso, che si avvicina alla cantata nella quale si avvicendano recitativi, arie e pezzi fugati. Quantunque molti temi sieno tolti da canti ebraici spagnuoli antichi e da melodie greche, il carattere è essenzialmente moderno, per cui è inevitabile un contrasto fra arcaismi e mezzi moderni, che esclude l'intima armonia delle parti. I salmi di Marcello non meritano la fama che ebbero per la parziale mancanza di semplicità e grandiosità addicentesi al testo e pel predominio del sentimento drammatico, ma sono però da considerarsi come un'opera monumentale del periodo della decadenza. Marcello coprì molte cariche onorifiche e morì a Brescia.

Baldassare Galuppi di Burano detto il Buranello (1706-1786), frequentò la scuola di Lotti, fu direttore di cappella a San Marco, e visitò Londra e Pietroburgo. Fra le sue numerose opere teatrali (circa 60), la Didone abbandonata ebbe la maggior fortuna. Eccelse nel genere comico (Il mondo della luna, l'Uomo femmina, ecc.), e fu compositore melodioso ed ispirato unendo alla vivace fantasia un innato istinto della forma mentre invece l'armonia è povera e trascurata.