La caratteristica di questi maestri è da cercarsi nel fatto che quasi tutti furono organisti e che dall'organo ebbero il loro sviluppo. Essi sono i diretti precursori di Bach, essendo rintracciabile nelle loro composizioni più che in tutte le altre dei musicisti della Germania meridionale quell'austero sentimento proprio della Riforma, che è una delle caratteristiche principali di Bach.

Molti di questi musicisti uscirono dalla scuola dei celebri organisti Swelink (1540), scolaro di Zarlino e Gabrieli e Reinken (1623), la fama del qual ultimo fu tale che il giovane Bach intraprese un viaggio pedestre fino ad Amburgo per poterlo sentire. Maggiore di Swelink e Reinken fu Dietrich Buxtehude, nato a Helsingor nel 1637, organista a Lubecca, la di cui virtuosità era fenomenale e le cui composizioni si avvicinano per grandiosità, varietà d'effetti, sapienza ed elevatezza a quelle di Bach, che fu talmente preso del suo modo di suonare e delle sue composizioni, che dimenticati i doveri che lo attendevano ad Arnstadt, si fermò per tre mesi a Lubecca (1705).

A quella guisa che le composizioni della scuola romana basavano sul canto Gregoriano, così il fondamento della musica dei compositori della Germania settentrionale è il corale, che se non raggiunge la grandezza ed infinita semplicità tipica del canto gregoriano, pure nella sua melodica purezza, espressione e sentimento ha qualche cosa di più umano, di più commovente di questo ed è senza dubbio più individuale e corrispondente all'idea d'indipendenza della fede, propria del Protestantesimo. Gli organisti germanici servendosi del corale, ispirarono nuova vita alla musica d'organo e la resero capace d'esprimere tutte quelle aspirazioni e sentimenti che la parola non può esprimere. Nella loro musica la melodia non è che la pietra che serve alla costruzione dell'edifizio architettonico e maestoso e si palesa solamente nei giri armonici fra le arti contrappuntistiche e le fioriture, richiamando quasi l'attenzione dei fedeli al corale prima e dopo cantato.

L'anello di congiunzione fra la scuola degli organisti di Germania e Bach ed il più grande e più geniale dei suoi antecessori fu senza dubbio Enrico Schütz (1585-1672) (Sagittarius), quantunque dovessero passare ancora cento anni prima della nascita del grande cantore di Lipsia. Dapprima destinato alla carriera legale, si dedicò alla musica per il suo talento pronunciatissimo e venne alla scuola di Giovanni Gabrieli, dove stette tre anni fino alla morte del maestro. Ritornato in patria divenne direttore di cappella a Dresda, dove rimase sino alla morte.

L'importanza di Schütz è assai grande, essendo egli stato il primo ad ispirare alla musica germanica un nuovo alito di vita ed a liberarla dal formalismo, unendo alla dolcezza e maestà dello stile palestriniano e veneziano il nervo e la vigoria delle melodie germaniche. Le sue opere hanno una certa somiglianza con quelle di Carissimi, ma egli è più profondo e grande nei cori, mentre l'Italiano gli è superiore nell'espressione drammatica degli ariosi e dei recitativi. Le principali sono le Symphoniae sacrae, composizioni per voci (3-6) con istrumenti, scritte ad imitazione di quelle di Gabrieli, fra le quali stupende la Conversione di Paolo, la Storia della Risurrezione e le Sette parole del Redentore, specie di oratorî, scritti con tendenze musicali riformatrici e felice connubio di stili diversi che già di molto si avvicinano alle opere insuperabili di Bach, e finalmente le Quattro Passioni secondo gli Evangelisti, per voci sole, i cori delle quali (turbae) sono grandiosi per espressione drammatica, per il sentimento tragico e per verità, quali li troviamo nella Passione di S. Matteo di Bach. Schütz finì la sua lunga vita quasi nell'obblìo e le sue opere furono presto dimenticate, tanto che è difficile arguire se esse fossero state note a Bach e Händel. Oggi però per merito di Spitta, che pubblicò molte delle sue opere, egli è ritornato in onore e le Sette parole si eseguiscono di spesso.

L'egemonia della Germania nella musica da chiesa comincia ormai con Schütz. I tedeschi impararono ben presto dagli italiani quello che mancava alla loro musica e vi aggiunsero la profondità intima dell'espressione e la ricchezza dell'armonia, unite ad una certa rudezza, che sente la forza.

Mentre in Germania l'opera italiana si diffondeva sempre più, nasceva in un'oscura città di Turingia, in Eisenach, ai 21 marzo del 1685, Giovanni Sebastiano Bach, uno dei maggiori geni musicali, che mai il mondo conobbe. Bach apparteneva ad una famiglia, che per sei generazioni fornì la Germania di musicisti, fra i quali alcuni, come gli zii di Sebastiano, Giovanni Cristoforo e Giovanni Michele, ebbero grande fama. Perduto il padre all'età di dieci anni, venne collocato presso il fratello maggiore Giovanni Cristoforo, organista di Ohrdruff, che gli insegnò i primi rudimenti della musica, e fu lì, che studiando al chiaro di luna le composizioni d'organo di Pachelbel, Frescobaldi ed altri maestri, le quali il fratello non gli voleva permettere di studiare, contrasse il germe di quella malattia di occhi, che negli ultimi anni della sua vita lo rese cieco. Da Ohrdruff passò a Luneburgo come cantante del coro, quindi a Weimar, dopo la mutazione della voce quale suonatore d'orchestra. Passati alcuni anni in diverse città (Arnstadt, Mühlhausen, Cöthen), ora come organista, ora come violinista, ottenne finalmente, dopo la morte di Kuhnau, il posto di cantore (direttore) alla scuola di S. Tommaso in Lipsia (1723) che occupò fino alla morte (28 luglio 1750).

Sebastiano Bach nacque di famiglia povera e modesta, si ammogliò due volte ed ebbe ventun figli. Le sue aspirazioni non furono mai alte, nè egli cercò la gloria. Dopo i suoi trionfi come organista e pianista a Dresda ed a Berlino, ritornò alla sua casa e continuò le sue occupazioni senza inorgoglire, quasi inconscio del suo portentoso genio. Passò la vita in mezzo alla sua famiglia, severo con sè ed i suoi, ligio al dovere ed alla religione dei suoi padri. I suoi contemporanei non intuirono la sua grandezza. Nato in un'epoca in cui la Germania non aveva ideali, in cui la vita di pensiero era meschina o nulla ed il pedantismo e la gretteria regnavano, non si vide in Bach che un eccellente virtuoso d'organo e poco più che un buon e diligente direttore di cappella. Più volte egli ebbe a sostenere lotte accanite coi suoi superiori per futili lagnanze e per questioni indegne che gli amareggiarono l'esistenza.

Dopo morto, le sue composizioni andarono dimenticate ed in parte perdute; gli ultimi rampolli della sua famiglia caddero in miseria, e come si obliò il luogo ove giaceva sepolto, così si scordò il suo nome, sicchè quando Marx e Mendelssohn esumarono la sua grandiosa Passione di S. Matteo e ritornarono alla luce le sue maggiori opere, sembrò essere cosa incredibile che un simil genio avesse potuto per tanto tempo essere disconosciuto e quasi dimenticato. Oggi si può però parlare d'una vera rinascita bachiana, perchè la musica di Bach s'accorda in certo modo cogli ideali moderni d'estetica musicale e colla tendenza alla polifonia e fu appunto quando dominava l'omofonia, che Bach fu dimenticato per più d'un secolo.

Dinanzi alla grandiosità delle sue opere la penna sfugge di mano e rifiuta il suo ufficio. Goethe scrisse di lui: «Quando penso a Bach, ho l'impressione, che l'eterna armonia si diverta con sè stessa forse come sarà successo nel seno di Dio prima della creazione». E Wagner: «Se si vuole comprendere la meravigliosa singolarità, forza ed importanza dello spirito tedesco con un solo ed incomparabile esempio, basta studiare la personalità quasi inconcepibile ed incomprensibile di Sebastiano Bach in un'epoca in cui il popolo tedesco era pressochè annientato».