Miglior sorte ebbe l'altro figlio di Bach, Filippo Emanuele (1714-1788), allievo pure del padre, che visse onorato e stimato ad Amburgo. Fra le sue numerose composizioni vanno menzionate le sue sonate per piano, che furono il breviario di Haydn e segnarono una nuova fase nello sviluppo della sonata quantunque non sia giusto ascrivergli quello che fu il frutto dei tentativi di più maestri anteriori e contemporanei. In ultima linea le opere di F. E. Bach appartengono ormai allo stile galante, reso meno snello dalla pedanteria germanica dei suoi tempi.

Tanto Friedemann che Filippo Emanuele si risentono dell'influenza superficiale dell'epoca e sono lontani dal raggiungere la grandezza e profondità del padre. Gli altri due figli, Cristoforo Federico, direttore a Bückeburg e Giovanni Cristiano, direttore a Milano e poi a Londra non si elevarono sopra la mediocrità.

I numerosissimi manoscritti di Bach — durante la sua vita ne vennero stampati soltanto alcuni — furono divisi tra i due figli Friedemann e Filippo Emanuele. Ma il primo poco si curò del prezioso retaggio e così molte opere del grande genio di Turingia andarono perdute per sempre.

Pochi giorni prima di Bach nasceva in Halle (23 febbraio 1685) Giorgio Federico Händel, quel genio che insieme a Bach, per lungo tempo assicurò alla Germania il primato musicale. Anche Händel, come tanti altri, ebbe a lottare col padre prima di potersi dedicare alla musica, finchè quest'ultimo, per l'intercessione del principe di Weissenfels, acconsentì all'ardente desiderio del figlio e lo mandò alla scuola dell'organista Zachau, eccellente teorico. A undici anni si recò a Berlino, dove viveva allora Bononcini e dove apprese nuove cose ed intravide orizzonti ben diversi da quelli che il suo maestro avevagli additato. Ma egli seppe resistere alla tentazione di rimanere e ritornò ai severi studi, che alternava con quelli della giurisprudenza all'Università, finchè a 19 anni si recò ad Amburgo per dedicarsi intieramente alla musica.

Amburgo era allora il centro musicale germanico dell'opera ed offriva al giovane musicista ricco campo di studio ed esperienza. Difatti il suo soggiorno non fu senza frutto, chè di lui si eseguirono con buon successo tre opere. In Amburgo accadde pure la nota storia del suo duello con Mattheson, il turbolento e litigioso critico, che per poco non lo uccideva. La conoscenza dell'opera destò in Händel il desiderio di visitare l'Italia (1707), dove stette tre anni componendo più opere nello stile dell'epoca e riscuotendo grande plauso. Il soggiorno di Händel in Italia influì grandemente sulla sua musica, che ad onta di tanti punti di contatto, pure è sì diversa da quella di Bach. Lotti e Scarlatti gli furono prodighi di consigli e dalle opere di questi e della scuola romana, specialmente di Carissimi, trasse proficui ammaestramenti.

Nel 1710 abbandona l'Italia e si ferma ad Annover, dove si trova con Steffani, il gentile ed ispirato autore di celebri duetti e cantate. Di là passa a Londra, che doveva divenire la sua patria adottiva. Nel 1711 la sua opera Rinaldo, lo rende noto al pubblico inglese ed in breve tempo egli diventa l'autore più di moda. Ma la sua vittoria fu amareggiata da continue lotte con rivali ed una forte fazione d'inimici invidiosi cercò con ogni mezzo di soppiantarlo e discreditarlo. Le contese coi colleghi, fra cui Ariosti, Bononcini, Porpora, con cantanti e cantatrici, fra le quali la Cuzzoni e Faustina Hasse rivali ed inimiche acerrime, la cattiva riuscita delle sue imprese teatrali, finirono col disgustarlo del teatro, sicchè nel 1740 colla sua opera Deidamia, diede un addio alle scene e si dedicò ormai in età avanzata all'oratorio, a quel genere in cui si era anni avanti (1732-34: Ester, Debora, Atalia, la festa di Alessandro, 1736), provato con successo. Fra le opere di questo periodo nomineremo come le più celebri ed ancor oggi notissime, Israele in Egitto, coi suoi grandiosi cori che descrivono le sventure del popolo eletto; l'Allegro ed il Pensieroso; nel 1741 il celebre Messia, l'oratorio prediletto del pubblico inglese; nel 1742 Sansone, una delle opere più ispirate e grandiose per contrasti di tinte; nel 1746 Giuda Maccabeo, e finalmente Iefte, che Händel scrisse quando le tenebre della cecità si erano distese sui suoi occhi, due anni prima della sua morte (1759).

Händel scrisse quaranta opere teatrali, diciotto oratorî, passioni, Anthems, Te Deum, Cantate, duetti, Concerti grossi, Sonate, Suites, musica d'organo.

L'importanza di Händel sta precipuamente nell'oratorio. Nell'opera lirica egli non si innalza gran fatto al disopra dei contemporanei e se nelle sue arie la caratteristica è forse più efficace di quella di tanti altri maestri, le sue melodie sono meno insinuanti ed ispirate di quelle dei migliori italiani. Anche in Händel manca come nei maestri napoletani il sentimento drammatico dell'intiera opera e se un'aria o l'altra, singolarmente presa, mostra grande verità espressiva e s'adatta al testo, il tutto non è che una collezione di arie collegate coi recitativi.

Dell'origine dell'oratorio abbiamo fatto cenno parlando di quella dell'opera. In Italia esso si era già al principio del secolo XVII diviso in due specie distinte. La prima a somiglianza delle antiche azioni liturgiche con testo latino, la seconda in forma di leggende di santi od azioni sacre drammatizzate con apparato scenico. Una suddivisione di quest'ultima sono gli Oratorî con persone allegoriche e simboli, ma essa iniziata da Cavalieri andò presto in disuso (Maragnoli-Vita humana 1658). Le azioni sacre drammatiche invece vennero molto in voga e le biblioteche italiane e straniere posseggono una quantità di simili azioni sacre in musica, fra le quali nomineremo come le principali l'Eumelio di Ag. Agazzari, S. Alessio di Landi (circa 1620), gli Oratorî di Aless. Scarlatti, Stradella (Modena), S. Francesco di G. Alessandri (Dresda) molti di Caldara (Vienna), Leo, ecc., e per dare un'idea della voga dell'oratorio basti il dire, che il padre Martini aveva nella sua biblioteca 350 oratori scritti da maestri italiani, che poi andarono dispersi ed in parte perduti. La forma dell'oratorio drammatico italiano va sempre più avvicinandosi a quella dell'opera e la parte dell'Historicus scompare ben presto, perchè essa era incompatibile colla forma drammatica, e l'esecuzione scenica, che molte volte si adottava.

L'affinità fra l'azione dell'Oratorio con quella dell'opera influiva pure sullo stile. Una certa serietà ed elevatezza nelle arie e nei recitativi accompagnati, molte volte bellissimi, è l'unica caratteristica. I cori vanno sempre più perdendo d'importanza e si riducono di solito a due, al principio ed alla fine e ciò neppur sempre. L'interesse va perciò diminuendo e noi vediamo spegnersi l'oratorio, almeno in Italia, alla fine del secolo XVIII.