La Sonata a tre predomina e la sua letteratura è grandissima ed importante. Probabilmente essa veniva preferita per la maggior possibilità di impiegare arti contrappuntistiche colle due voci a solo. La Sonata per violino solo e basso venne più tardi in onore e vi influirono certo almeno indirettamente la musica melodrammatica, e specialmente le sinfonie delle opere veneziane come possiamo vedere nelle Sonate di Legrenzi, che fu fra i primissimi a mettere le basi dello stile della Sonata. La Sonata per cembalo ha nei primi tempi minor importanza e non ha oltre la tecnica caratteristiche speciali.
Il Concerto grosso deriva dalla sonata per orchestra delle quali ne esistono molte di A. e G. Gabrieli, Cazzati, Bononcini, ecc. Esso constava di più tempi, di solito un largo, che passa modulando all'Allegro fugato; segue un tempo grave o moderato e si finisce con un allegro. Esso era scritto per più strumenti, di solito archi, cembalo od organo, che eseguiva il basso numerato. La caratteristica del Concerto grosso sta nell'alternarsi di un gruppo di strumenti solisti, quasi sempre due violini e violoncello (concertino) col concerto grosso ossia col tutti. In Italia non vi si impiegavano pressochè mai istrumenti a fiato, mentre in Germania non di rado questi si combinavano con quelli ad arco p. e. nei Concerti brandeburgesi di Bach e nei Concerti grossi di Händel (oboe e fagotti).
Gli strumenti in uso eran molti e svariati. Il primo e più importante è l'organo d'origine antichissima. Herone d'Alessandria, Cassiodoro, S. Agostino ci danno descrizioni abbastanza esatte degli organi antichi e vien nominato Ktesibius (170 a. C.) qual inventore dell'organum hydraulicum a canne e mantici. La costruzione e la meccanica erano fino al secolo XIV affatto primitive ed i tasti talmente grandi, che si premevano coi pugni e coi gomiti. Il pedale pare fosse introdotto dapprima in Germania e se ne fa ormai menzione parlando di Bernardo tedesco (1470) in Venezia. L'organo non era affatto un istrumento destinato esclusivamente alla chiesa. Anzi nel Medio Evo e dopo erano assai diffusi piccoli organi per uso privato, i cosidetti portativi od organetti da tenersi in grembo e suonare con una mano mentre l'altra faceva agire il mantice, ed il positivo, trasportabile ma più grande da suonare con ambidue le mani.
La maniera di scrivere la musica d'organo variava secondo i paesi. In Italia si scriveva colle note mensurali o in sistemi di linee diverse per ogni voce a modo di partitura o in due sistemi per la mano destra e sinistra; in Germania si faceva invece molto uso della Tabulatura d'organo simile a quella di liuto con lettere gotiche maiuscole e minuscole per le note e segni per il valore di queste. La musica d'organo ha la divisione delle battute molto prima della musica mensurata.
Delle opere dei primi organisti noti quali Francesco Landini, Antonio Squarcialupi non ci restò che il cosidetto codice Squarcialupi che contiene oltre più composizioni vocali anche pezzi per organo solo dei secoli XIV e XV. Il Fundamentum organisandi (1452), è una raccolta di ventiquattro pezzi per organo di Corrado Paumann. Sembra però che anche un manoscritto dell'Abbazia di Sussex di molto anteriore contenga composizioni per organo solo. Col secolo XVI comincia poi specialmente a Venezia una fioritura di musica d'organo colle forme delle Fantasie, ricercari, capricci, canzoni, sonate, appartenenti alla musica polifonica. Gli organisti italiani più noti di questo tempo sono oltre Willaert, Cipriano di Rore e Gabrieli, Claudio Merulo (1533-1604), Adriano Banchieri (1565-1634), il vero creatore della Toccata Girolamo Cavazzoni, Girolamo Parabosco (1510-1587) e sopra tutti Girolamo Frescobaldi (1583-1644) ferrarese, che quasi raccolse l'eredità dei grandi organisti italiani antecedenti.
Lo stile di questo, che si può dire il più grande organista italiano, è basato sul contrappunto ma egli non ha nelle sue opere nulla di scolastico e pedantesco e precorse di molto i suoi tempi coll'arditezza e la maschia severità delle sue opere. La tecnica fece con lui immensi progressi ed egli fu fra i primi a sviluppare la forma della fuga. Suo scolaro fu Giov. Froberger († 1667), notissimo autore di musica istrumentale. Altro grande organista italiano fu Bernardo Pasquini (1637-1710), dopo il quale il primato dell'organo passò alla Germania coi suoi grandi maestri protestanti. Non si dimentichi però che non solo Froberger ma anche Kerl era stato alla scuola di Frescobaldi e che Sweelink fu scolaro di Zarlino.
Tutti questi grandi organisti e musicisti italiani sono pressochè sconosciuti non solo al pubblico ma persino alla maggior parte dei musicisti, perchè la loro vera comprensione pretende una coltura storica e domestichezza colla musica primitiva. La diversità del nostro senso tonale ed un'innegabile durezza ed angolosità ci tengono lontani dalle loro opere che pure hanno vera ispirazione e grande sincerità. Gianotto Bastianelli ci ha di nuovo resi attenti in lucidi articoli e studi a Cavazzoni, Frescobaldi e Pasquini, che egli in certo riguardo preferisce a Bach.
Il nostro Pianoforte deriva dal Monocordo, al quale si aggiunsero più tasti e corde. Il Clavichordium e Clavicymbalum di forma rettangolare o di trapezio a corde egualmente o diversamente lunghe datano ormai dal sec. XIV. Esso aveva di solito venti toni diatonici con interpolati due si bem. Non avendo piedi si metteva o su di un tavolo o si teneva sulle ginocchia. Il Virginale era una varietà del Cembalo. Il suo nome che si mise in relazione colla regina vergine Elisabetta d'Inghilterra, data però da prima. Più tardi si chiamò anche Spinetta, forse da un Giovanni Spinetti, che pare fosse il primo a costruirlo circa il 1500. Celebre fabbricatore di cembali fu Lorenzo Gusnaschi di Pavia (secolo XVI). Dopo questo tempo si continua a perfezionare l'istrumento, che cambia anche più volte il nome. Il Clavicordo si mantenne specialmente in Germania, mentre in Italia e Francia si preferiva il Clavicembalo (Cembalo, Spinetta, Clavecin). Tutti questi strumenti vennero ben presto in disuso quando s'introdusse il Pianoforte (Clavicembalo col piano e forte) a martelletti. L'onore dell'invenzione spetta di ragione a Bart. Cristofori o Cristofani, padovano (1655?-1731), perchè fu questi che costruì per il primo (1711) il pianoforte (Firenze) e non Cristiano Schroeter che imitò più tardi Cristofori (1717 o 1721).
La musica per Clavicembalo che dapprima era affatto simile a quella per organo, risente tosto l'influenza della Sonata per violino. Ma non per lungo tempo, giacchè fu essa che mise le basi della Sonata moderna. Mentre le Sonate di Durante e Marcello in due tempi mantengono lo schema della Sonata antica nella forma dei tempi, quelle di Domenico Scarlatti (1685-1757) si avvicinano già alla forma moderna, quantunque il primo tema non ritorni dopo lo sviluppo della seconda parte e prima del rivolto. Esse, più di cinquecento, constano d'un solo tempo per lo più nello stile omofono, senza dubbio perchè la polifonia data la sua tecnica speciale non corrispondeva all'istrumento. La melodia sta nella parte superiore, il ritmo è vario ed originale, i contrasti si alternano dando vita alla composizione che ha un carattere d'estrema eleganza ed un sapore arcaico assai attraente. La tecnica è ormai assai sviluppata, anzi per i tempi dell'autore prodigiosa e p. e. affatto diversa da quella di Bach. Domenico Scarlatti è uno dei pochi autori antichi che sembrano quasi moderni. Confrontando le sue Sonate con quelle dei contemporanei italiani e stranieri, la differenza è grandissima e non soltanto nell'arte ma anche nel contenuto. Lo stile della melodia vocale si introduce, l'espressione si concentra ed è un unico sentimento che vi domina.
Le Sonate di Scarlatti non sono forse che schizzi ma come tali magistrali e nella loro forma aforistica più perfetti ed ispirati per l'inesauribile vena melodica che molte altre opere di ben maggiori dimensioni e pretese. Alessandro Longo che curò con ogni diligenza una nuova edizione di tutte le Sonate di Scarlatti rende attenti alla loro grande varietà ed alle piccole ma notevoli differenze che esistono sia nella forma sia nella tonalità dei diversi tempi. Considerate superficialmente le Sonate sembrano forse poco ricche d'espressione affettiva. In realtà però c'è più passione in molti dei suoi allegri che in tanti adagi cosidetti espressivi.