Poco dopo fui chiamato dal kaïd e lo seguii nel terrapieno della batteria che formava una specie di terrazzo che guardava al nord sul mare, ed era armato da nove pezzi di cannone del maggior calibro. Nell'angolo orientale eravi una casuccia di legno, alcuni piedi più alta della batteria, onde dominare il parapetto, a cui si saliva per una scala di otto gradi.

Il sultano trovavasi entro questa casuccia seduto sopra un piccolo materasso guarnito di guanciali. Il kaïd, due grandi ufficiali, ed io, lasciammo le nostre pantoffole alla porta onde avere i piedi nudi, come vuole l'usanza. Due ufficiali mi presero in mezzo tenendo ognuno per un braccio, ed il kaïd mi si pose alla sinistra e ci presentammo al sultano facendo una riverenza o profondo inchino della metà del corpo colla mano destra al petto.

Il sultano dopo aver replicate le sue espressioni di benvenuto, mi fece sedere sulla scala; gli ufficiali si ritirarono, ed il kaïd rimase in piedi. Allora il sultano mi disse umanamente, e con voce amichevole «che era assai contento di vedermi» e replicò molte volte somiglianti espressioni tenendosi la mano al petto, onde farmi conoscere i suoi sentimenti non meno colla voce che coi gesti. Conobbi questo sovrano assai propenso a mio favore, lo che mi sorprese assai perchè niente aveva fatto per meritarmi la sua grazia.

Mi chiese in seguito in quali paesi ero stato, quai linguaggi parlavo, e se sapeva anche scriverli; quali scienze avevo studiato nelle scuole dei cristiani, e quanto tempo mi ero trattenuto in Europa. Dopo avere ringraziato il cielo d'avermi fatto uscire dai paesi infedeli, mi testificò il suo rincrescimento perchè un uomo della mia qualità non si fosse più presto recato a Marocco. Mi ringraziò d'avere preferito il suo paese a quello d'Algeri, di Tunisi o di Tripoli, mi assicurò replicatamente della sua protezione, e della sua amicizia. Mi chiese poi se avevo stromenti per fare osservazioni scientifiche; e dietro la mia risposta affermativa, mi disse che desiderava vederli, e che potevo portarli.... Ebbe appena pronunciate queste parole, che il kaïd s'avvicinò e prendendomi per mano voleva condurmi via: ma senza movermi io feci osservare al sultano, che bisognava aspettare fino all'indomani, perchè avvicinandosi la sera non avevo tempo di prepararli. Il kaïd mi guardava attonito perchè a Marocco non è permesso di contraddire alle voglie del sultano; il quale mi disse: «E bene dunque portateli domani — a quale ora? Alle otto del mattino. — Io non mancherò». Allora mi congedai dal sultano, e partii col kaïd.

Ero di poco ritornato a casa che vennero ad avvisarmi della visita generale dei domestici del palazzo, cui doveasi in tale circostanza una gratificazione. I miei domestici mi sbarazzarono da questa visita con minor spesa ch'io non credevo.

Quando il sultano parlavami de' miei stromenti aveva fatto portare un piccolo astrolabio di metallo di tre pollici di diametro, che serve per regolare gli orologi, e le ore per la preghiera, e mi avea domandato se ne avessi uno somigliante; al che rispondeva di no, soggiungendo che questo stromento era troppo inferiore a quelli di moderna invenzione.

All'indomani andai al castello all'ora indicatami; trovai che il sultano mi stava aspettando nello stesso luogo col suo primo fakih, o muftì ed un altro suo favorito. Teneva avanti di se un servizio di tè.

Vedendomi entrare mi fece salire subito la scala, e sedere al suo lato: indi preso il vaso, versò il tè in una tazza, ed avendovi posto del latte, me la presentò colle sue proprie mani. In tanto egli chiese carta, e calamajo, e gli fu portato un pezzo di cattiva carta, un piccolo calamajo di corno con una penna di canna: scrisse in quattro linee e mezzo una specie di preghiera che diede a leggere al suo fakih; il quale gli fece osservare che aveva dimenticata una parola; ed il sultano ripresa la penna vi aggiunse ciò che mancava. Avendo terminato di prendere il tè S. M. Marocchina mi presentò la scrittura perchè la leggessi, ed egli accompagnava la mia lettura indicandomi col dito sulla carta ogni parola progressivamente e correggendo i difetti della mia pronuncia come farebbe il maestro collo scolare. Terminata la lettura mi pregò di custodire questa carta, che ancora conservo.

Si levò il vassellame del tè composto d'una zuccariera d'oro, d'un vaso di tè, d'uno per il latte e di tre tazze di porcellana bianca ornata di oro, il tutto posto sopra un gran piatto indorato.

Come porta l'uso del paese, egli aveva posto lo zuccaro nel vaso del tè; metodo incomodo assai perchè obbliga a prendere la bevanda o troppo, o poco addolcita.