Il sultano mi dava frequenti prove del suo affetto. Chiese di vedere i miei strumenti, che osservò pezzo per pezzo con molta attenzione, chiedendomi la spiegazione di ciò che non conosceva, o non sapeva quale ne fosse l'uso. Mostrava di compiacersi assai di quanto gli rispondeva, e desiderò che facessi in sua presenza una dimostrazione astronomica; onde per appagarlo presi due altezze del sole con il circolo moltiplicatore. Gli feci vedere varj libri di tavole e di logaritmi che avevo portati meco per dimostrargli che gli strumenti non servono a nulla, se non s'intendono que' libri, e molti altri. Mostrò d'essere estremamente sorpreso alla vista di tante cifre, e quando gli offersi i miei strumenti, risposemi, che io «dovevo conservarli perchè io solo ne conosceva l'uso; e che avressimo avuto molti giorni, e molte notti per contemplare con piacere il cielo». Da ciò compresi che pensava di tenermi presso di se, avendomene fatti altri cenni. Soggiunse che desiderava di vedere gli altri miei strumenti, che promisi di portare all'indomani e mi congedai.

Il susseguente giorno essendomi portato al castello, salii nella sua camera, ove lo trovai coricato sopra un piccolissimo matterasso ed un guanciale: stavan seduti innanzi a lui sopra un tappeto il suo gran fakih e due suoi favoriti. Appena vedutomi alzossi da sedere, ordinando di portare un materasso somigliante al suo, che fece collocare al suo fianco, e mi ordinò di adagiarmivi.

Dopo i vicendevoli complimenti, feci introdurre una macchina elettrica, ed una camera oscura che gli presentai siccome oggetti di semplice curiosità non applicabili alle scienze. Avendo montate le due macchine posi la camera oscura presso ad una finestra: il sultano levossi e vi entrò due volte; lo ricopersi io stesso colla coltre durante tutto il tempo che vi rimase, compiacendosi di osservare gli oggetti trasmessi dalla macchina; lo che io risguardai come una grandissima prova di confidenza. Si divertì in seguito a vedere scaricarsi la bottiglia elettrica a diverse riprese. Ma ciò che maravigliosamente lo sorprese fu l'esperienza del colpo elettrico, che mi fece replicare più volte, mentre ci tenevamo tutti per la mano per formare la catena, e volle essere a lungo istruito intorno a queste macchine, ed all'influenza dell'elettricità.

Il precedente giorno avevo mandato al sultano un cannocchiale, che allora glie lo richiesi per regolarlo secondo la sua vista; ciò che io feci all'istante, marcando sul tubo il conveniente grado dietro l'esperimento da lui fattone.

Io avevo lunghissimi mustacchi, onde il sultano mi domandò perchè non li accorciassi come gli altri Mori. Ed avendogli rimostrato che in Levante non si tagliavano; mi rispose; «va bene, ma questa non è l'usanza del paese». Quindi avendo fatto recare un pajo di forbici, tagliò alquanto i suoi, ed in appresso prendendo i miei m'indicò quanto doveva toglierne e lasciarne: e forse il primo suo pensiero era quello di scorciarmeli egli medesimo, ma perchè io nulla risposi, depose le forbici. Mi chiese poi se io tenevo une strumento adattato a misurare il calore; e gli promisi di mandargliene uno. Mi congedai facendo levare i miei strumenti, e lo stesso giorno gl'inviai un termometro.

Verso sera mentre stavo con alcuni amici, un domestico del sultano mi recò da parte sua un regalo. Avendogli ordinalo di avanzarsi, si presentò chinandosi fino a terra, e pose innanzi a me un involto di tela d'oro e d'argento. La curiosità di vedere il primo regalo che mi faceva l'imperatore di Marocco mi fece aprire l'involto con molta premura, e vi trovai...... due pani assai neri.

Non essendo preparato a cotal dono, non mi sovvenne in quel primo istante di cercarne il significato; e rimasi un momento così sorpreso che non sapeva che dirmi; ma coloro ch'eran meco s'affrettarono di complimentarmi, dicendo, quanto siete fortunato! quale felicità è la vostra! Voi siete fratello del sultano; il sultano è vostro fratello: mi rissovvenni allora, che tra gli Arabi il più sacro segno di fraternità è di darsi a vicenda un pezzo di pane, e di mangiarne ambedue; e per conseguenza i pani mandatimi dal Sultano erano il suo segno di fraternità con me. Erano neri perchè il pane mangiato dal sultano si fa cuocere entro fornelli portatili di ferro; ciò che dà loro un colore oscuro al di fuori, ma internamente sono bianchi e buonissimi.

All'indomani, dopo aver ricevuto le visite di alcuni cugini, o altri parenti del Sultano, andai col kadi a visitare il fratello maggiore dell'imperatore: egli chiamasi Muley Abdsulem, che ha la sventura d'essere cieco. Il nostro intrattenimento che si prolungò quasi un'ora fu tutto filantropico.

Il martedì undici ottobre il kaïd mi ordinò per parte del Sultano di tenermi pronto a partire con lui il susseguente giorno alla volta di Mequinez; prevenendomi di domandare tutto quanto poteva abbisognarmi. Passai tosto a trovarlo nel castello per fargli sapere che io non potevo partire così presto, avendo bisogno di rimanere a Tanger alcuni altri giorni. Mi chiese quanto tempo mi abbisognava, ed avendogli risposto dieci giorni, entrò dal Sultano, che me li accordò senza difficoltà.

Le stessa sera, accompagnato dal mio buon kadi, andai a render visita al primo ministro Sidi Mohamet Salaoui che mi ricevette seduto in su le calcagna in un angolo della cameretta di legno, in cui avevo veduto il Sultano; ma egli stava sul suolo senza pur avere una semplice stuoja, al lume d'una miserabile lucerna di latta con quattro vetri, posta sul suolo al suo fianco. Egli aveva poc'anzi ricevuto nella medesima maniera il console generale di Francia che sortiva nell'atto ch'io entrai. Sedemmo in terra presso di lui, trattenendoci un quarto d'ora in complimenti.