Le piante di questa contrada non diversificano da quelle che avevo di già raccolte, ad eccezione soltanto di molte palme, palma agrestis latifolia, e di varie felci.

Il tempo ch'era stato assai freddo al mattino a cagione d'un gagliardo vento N. E., si fece caldissimo dopo le dieci ore in cui, calmato il vento, e fattosi il cielo sereno, rimanevo esposto ai cocenti raggi del sole, che mi percuotevano violentemente il capo, quantunque difeso dal turbante, e dal capuccio del bonruons: onde non so comprendere in qual maniera possano i cristiani, che viaggiano in Affrica con cappelli tanto leggieri, resistere ai colpi di così ardente sole.

Gli abitanti d'un dovar vicino al mio campo mi donarono del latte e dell'orzo. La notte non poteva essere migliore, essendosi mantenuta sempre serena e placida.

Avendo prese quattro altezze del sole, trovai col cronometro la longitudine del 23 di tempo O. da Tanger, lo che s'avvicinava assaissimo alla mia stima geodesica: come dall'osservazione del passaggio della luna al meridiano trovai la latitudine N. — 35° 11′ 44″.

Alle nove ore e 20 minuti della sera il termometro nella mia tenda aperta segnava 13° e l'igrometro 64°.

Il luogo in cui eravamo accampati è consacrato ad un pubblico mercato che vi si tiene ogni martedì quantunque non sia che una campagna aperta senza il menomo distintivo. Il vicino Dovar chiamasi Daraïzàna ed è abitato dalla tribù Sahhèl. Gli abitanti mi dissero che Laraisch ossia Larache è posta all'O. ed assai vicina al luogo in cui mi trovavo: se ciò è vero la sua latitudine sarebbe troppo alta nelle carte di Chénier e di Arrowsmith.

Venerdì 28.

Alle sett'ore ed un quarto c'incamminammo al S. O. a traverso una macchia di quercie larga un quarto di lega, chiamata la macchia di Daraïzàna. Alle nove attraversammo il fiume Wademhàzen, e proseguendo la strada nella direzione di S. S. E. scopersi a dieci ore una cappella ed alcune case di campagna, che mi fu detto essere assai vicine a Larache, ed erano da noi lontane circa quattro leghe al N. O. Piegando allora al S. S. O. arrivammo poco dopo il mezzodì ad Alcassar-kibir.

Il paese è formato di bellissime praterie chiuse all'ouest da piccole colline, ed all'est da una catena di monti che s'innalza a tre leghe di distanza. Un'appendice di queste montagne sembrava staccarsi all'ouest per prolungarsi fino al mare ad una lega al sud da Alcassar. Si attraversarono quattro burroni non molto profondi.

Il terreno non diversifica da quelli esaminati ne' giorni antecedenti, fuorchè sembra alquanto più arenoso. Si passò in vicinanza di tre o quattro dovar composti di tende e di baracche, il più grande de' quali non ne aveva più di venti. Feci mettere il campo in distanza di circa sessanta tese da Alcassar. Essendo venerdì entrai in città per fare la mia preghiera nella moschea, che trovai piccola, e di cattivo aspetto; ma la sua principale facciata interna vedesi adorna di alcuni disegni arabeschi.