Non si tardò molto ad annunciare il vicino arrivo del Sultano. Io sortii accompagnato da alcuni domestici e molti dei più principali della città tutti a cavallo per incontrarlo ad una ragguardevole distanza. Tosto che lo vedemmo, gli facemmo i nostri saluti, ai quali egli corrispose affettuosamente; indi frammischiandoci ai signori del suo seguito l'accompagnammo al palazzo. Il Sultano si ritirò nei suoi appartamenti, ed il suo seguito, e la truppa ritiraronsi col popolo.

L'accompagnamento del Sultano era composto di un distaccamento di quindici in venti uomini a cavallo: cento passi a dietro veniva il Sultano sopra un mulo, ed al suo fianco, montato pure sopra un mulo, stava l'ufficiale che gli portava l'ombrello, che a Marocco è il segno distintivo del sovrano, non potendo farne uso ch'egli, i suoi figli e fratelli; onore straordinario, ch'io per altro ottenni. Otto o dieci domestici venivano dopo il Sultano, indi il ministro Salaoui con un domestico a piedi, e chiudevano la marcia alcuni impiegati, ed un migliajo di soldati bianchi e neri a cavallo, con lunghi fucili in mano formanti una specie di linea di battaglia, che aveva nel suo centro dieci in dodici uomini di fondo, e le di cui estremità andavano a terminare in un solo uomo; ma tutti senz'ordine di gradi, di file, o di distanze. Nel centro della linea eranvi in sul davanti tredici grandi stendardi, ciascuno d'un solo colore, altri rossi, altri verdi, bianchi, gialli. Questo gruppo di bandiere serve alla truppa di punto di vista per marciare, per fermarsi, o per cambiare di fronte; movimenti tutti che si fauno in disordine e tumultuariamente. Quattro o sei tamburri rauchi con alcune cattive cornamuse stanno dietro agli stendardi; ma non si fecero sentire che dopo che il Sultano entrò in palazzo.

Lo stesso giorno mi recai da Muley Abdsulem, e gli chiesi consiglio sul modo che doveva tenere per essere presentato al Sultano. Egli mi rispose che se ne sarebbe occupato all'istante egli medesimo.

Muley Abdsulem andò subito a corte, ed al suo ritorno mi disse che il Sultano mi riceverebbe tutti i venerdì, e che non mi chiedeva ogni giorno per non incomodarmi, nè privarmi della mia libertà; che mi manderebbe uno de' suoi letterali per accompagnarmi ogni volta al palazzo.

Effettivamente all'indomani, mentre trovavansi presso di me circa venti persone, mi venne annunziato un messo del Sultano: lo feci entrare: egli era il primo astrologo di corte. Presentandosi mi diede segni del più profondo rispetto, e ponendomi sulle mani da parte del Sultano un magnifico hhaïk, mi disse, ch'egli, Sidi Ginnàm, avea l'onore d'essere stato scelto da sua maestà per accompagnarmi al palazzo ogni venerdì.

Dopo avere baciato il hhaïk, ed avermelo posto sul capo secondo l'uso, lo lasciai sul mio cuscino, e ricevetti i complimenti di tutte le persone presenti.

Fu portato il tè, e dopo una mezz'ora di conversazione Sidi Ginnàm mi chiese se poteva dirmi una parola in segreto. Lo condussi in un'altra sala con uno scrivano o segretario, che aveva seco condotto. Appena fummo seduti incominciò a farmi varie interrogazioni. Mi chiese nome, età, patria, ed il luogo de' miei studj; indi mi pregò di sciogliergli alcuni problemi astronomici, come la longitudine, e la declinazione del sole dello stesso giorno, la periodica sua rivoluzione, la precessione dell'equinozio, la longitudine e latitudine della mia patria, quella del mio alloggio a Londra, ec. Tale trattenimento non poteva in verun modo piacermi, perchè ne ignorava lo scopo. Risposi con qualche durezza, ma non per questo lo scrivano lasciò di scrivere. V'aggiunsi le predizioni di due vicini ecclissi del sole e della luna, de' quali lo scrivano ne marcò la data e le ore. Dopo ciò io li congedai, regalandoli amendue.

Nel tempo di questa specie di interrogatorio Hadj Edris non cessava d'andare e venire d'una in altra sala con molta inquietudine; e quando ebbi congedato il mio astrologo, entrando nella sala ov'era la società, viddi tutti i miei amici divisi in gruppi di quattro persone che pregavano per me. Io rimasi commosso dall'interesse che quest'onesta gente prendeva al mio ben essere, il buon Hadj Edris si tranquillizzò, e tutti mi replicarono i più affettuosi complimenti.

Il susseguente giorno si andò per divertimento ad un giardino di campagna di Hadj Edris: ma essendo tutti uomini, e non permettendoci la gravità musulmana d'intrattenerci in qualche giuoco, o colla musica, o colla danza; privi dell'uso de' liquori proibiti dalla legge; ed altronde non essendo la società composta di persone abbastanza dotte per potersi universalmente occupare delle scienze; e per ultimo mancanti affatto di notizie politiche, che sogliono somministrare largo trattenimento alle società europee, come potevasi ingannare piacevolmente il tempo?... A mangiare cinque o sei volte al giorno come tanti Eliogabali, a bere tè, e a far preghiere comuni, a giuocare come fanciulli, ed a nominare fra di noi i pascià, i califfi, i kaid, i quali avessero impero sul rimanente della società ad ogni pranzo, ad ogni tè, ad ogni passeggiata? Con tali e somiglianti altri divagamenti restammo colà tre giorni, e due notti. L'ultimo giorno era giovedì, e siccome avevo annunciato al Sultano che in tal giorno vedrebbesi la nuova luna, se le nubi non la nascondevano, il Sultano fece proclamare il cominciamento del Ramadan pel venerdì, quantunque la luna rimanesse coperta.

In esecuzione degli ordini sovrani questo venerdì Sidi Ginnàn venne a prendermi per condurmi al palazzo. Montai a cavallo ed andai seco alla moschea del palazzo, ove, dopo avermi fatto sedere, mi lasciò solo. Un'ora dopo il Sultano venne nella tribuna, ove suole recitare la preghiera del venerdì senz'essere veduto dal popolo. Dopo la preghiera il Sultano partì subito, senza che io potessi vederlo.