Appena era egli sortito, Sidi Ginnàn aprì la porta della tribuna, mi chiamò, e mi fece entrare; e dopo aver chiusa la porta, facendomi molte carezze, mi mostrò il luogo in cui il Sultano aveva costume di fare la preghiera, e m'assicurò; che gli aveva detto ogni cosa; che lo aveva informato della mia predizione delle ecclissi; che il Sultano avevagli risposto, essere soddisfatto, e che ordinava di condurmi ogni venerdì alla moschea, come aveva fatto al presente.

Conobbi all'istante la mala fede di quest'uomo, e gli risposi seccamente: benissimo; ma mi riesce affatto indifferente il venir qui per la mia preghiera, o l'andar altrove. Il mio uomo imbarrazzato da tale risposta cercava di nascondere il suo turbamento. Mi condusse sulla strada per una porta interna del palazzo, dicendomi misteriosamente: usciamo da questa banda, perchè siccome tutto il mondo sa che il Sultano vi ha chiamato, si saprà più presto ch'egli vi accorda simili distinzioni. Sdegnato degl'intrighi di costui, gli replicai bruscamente: per me è lo stesso l'uscire per di qui, o per tutt'altra porta, e montando subito a cavallo, partii con i miei domestici. Montò egli pure sul suo mulo, sforzandosi di raggiungermi, e venne a porsi al mio fianco, chiedendomi se volevo far una passeggiata, al che mi rifiutai di mal garbo. Mi accompagnò fino a casa, e si ritirò.

Gli amici che m'aspettavano vedendomi entrare come un furibondo, s'affrettarono di chiedermi se avevo veduto il Sultano. Gli contai l'accaduto, e rimasero storditi.

Io conoscevo l'ascendente della mia influenza, come i motivi della condotta di Sidi Ginnàn, ed il bisogno di fare un colpo assai clamoroso. Presi dunque all'istante la penna e stesi una memoria divisa in dodici articoli. Dimostrai geometricamente l'ingiustizia di questa specie di disprezzo, poichè io non avea chiesto nulla, ed il sultano all'opposto non avevami chiamato che per avvilirmi. Terminavo l'ultimo articolo con queste parole: in conseguenza io parto alla volta d'Algeri. Feci sapere agli amici la presa risoluzione, e pregai Hadj Edris di disporre subito quanto mi abbisognava pel viaggio, incaricando un individuo della società di portare la mia lettera a Muley Abdsulem.

Dopo aver udito quanto scriveva, e vedendo la mia ferma risoluzione, i miei amici tremarono, e fecero ogni possibile per ritenermi; ma io non ascoltai ragione finchè non mi fu fatto osservare che senza estremo bisogno un musulmano non deve viaggiare in tempo del Ramadan. A ciò mi acquietai, e promisi di passare il Ramadan a Fez, dichiarando in pari tempo che partirei subito dopo.

All'indomani Muley Abdsulem mi fece dire d'andare da lui. Mi arresi al suo invito. Io ho parlato, mi disse, del vostro affare al Sultano, che gravemente si adirò contro Ginnàn, dicendo che quest'uomo aveva un cuore malvagio: quando il Sultano ordinò di condurvi tutti i venerdì al palazzo non era già per lasciarvi nella moschea, ma per introdurvi innanzi a lui a fine di vedervi e di parlarvi: che in tal modo doveva fare ogni venerdì; ma che poteva ben essere che Ginnàn, e qualcun altro avessero motivo di pentirsi..... Terminò dicendomi, che ordinava allora l'arresto di quel miserabile. Allora presi a parlare a favore di Ginnàn, dichiarando ch'io ero soddisfatto, e che desideravo che questo disgustoso affare non avesse ulteriori conseguenze.

I miei amici festeggiarono il mio trionfo; ma non molto dopo ritornò uno di loro assai triste, e mi disse: voi per soverchia bontà commetteste un errore — quale? Avete comunicati al traditore Ginnàn i giorni e le ore in cui succederanno gli eclissi del sole e della luna; or bene, non solo nulla disse di esserne a voi debitore, ma presentò il vostro lavoro, e se ne fece egli stesso autore — pover'uomo, soggiunsi io all'istante, mi fa pietà — ma perchè? — perchè nè egli, nè altra persona conosce a Fez i giorni o le ore delle vicine eclissi. — Come non gli avete voi detta ogni cosa? e non scrisse egli quanto voi gli diceste? — No; io conobbi subito il carattere dell'uomo, e rispetto alle cose astronomiche non gli dissi la verità, e per conseguenza egli ha spacciati dei falsi pronostici..... A questo tratto tutti slanciaronsi verso di me, baciandomi le mani, abbracciandomi, alzandomi sulle loro braccia, e proclamandomi uomo superiore agli altri.

Il seguente venerdì, fingendo d'ignorare tutto il passato, Sidi Ginnàn venne a prendermi per condurmi al palazzo. Lo feci aspettare più di mezz'ora, e montando a cavallo, gli ordinai di seguirmi. Entrammo in una cappella interna del palazzo, ove venne subito un figlio del Sultano per tenermi compagnia, e pochi momenti dopo il Sultano mi fece chiamare.

Andai, come porta l'etichetta, accompagnato da due ufficiali, i quali mi presentarono al Sultano, che trovavasi nella casetta di legno della terza corte. Appena entrato, mi fece sedere sopra un piccolo matterasso. Fra molt'altre cose mi domandò se piacevami il paese: se non mi era contrario il clima; quindi chiamandomi suo figlio e dandomi altri soprannomi onorevoli, mi replicò più volte, ch'egli era mio padre. Volli baciargli la mano, ma egli la rivolse e mi presentò da baciare la palma, come ai suoi figliuoli. Essendosi poi spogliato del suo bournous, me lo pose in dosso colle sue mani, ripetendo ch'io potevo presentarmi a lui qualunque volta lo desiderassi, ch'egli non mi fissava verun tempo, perchè non voleva altrimenti incomodarmi. La conferenza durava da molto tempo quando il Sultano mi domandò l'ora: guardai l'orologio, e gli dissi essere quella della preghiera. Allora ripetendomi di nuovo più volte che io ero suo figlio, si levò, ed andammo alla moschea.

Questo intrattenimento ebbe luogo alla presenza di molte persone, e tra le altre del Muftì, o principale Imano del Sultano. Questi prendendomi per la mano mi condusse nella moschea, ch'era affollata di gente, e non mi lasciò finchè non fui seduto. Quest'ingresso nella moschea con il mio seguito, e col bournous del Sultano sovrapposto al mio, chiamò sopra di me gli sguardi di tutta l'assemblea. Io sortj di mezzo alla folla; tutti quelli che trovavansi sul mio passaggio baciavanmi la spalla, o il lembo della veste. Chiesi dov'era Ginnàn; ed il Muftì facendo un atto di disprezzo; non prendetevi cura, mi rispose, di questo miserabile, cui non devesi più verun riguardo. Feci qualche elemosina alla porta della moschea, secondo la mia costumanza, e ben tosto s'invocarono le bendizioni del cielo sopra Muley Solimano, e sopra di me. Montai in seguito a cavallo e mi restituj a casa compiutamente soddisfatto, poichè pubblico era stato il soddisfacimento della ricevuta ingiuria, e così luminoso. Fui complimentato da tutti; e più non si parlò di andare ad Algeri, e proseguj a frequentare il Sultano, ed a fare con lui la preghiera alla tribuna.