Gli abitanti di Soàkem, di Fezzan e di Guddemes che sono tributarj di Tripoli, tengonsi in corrispondenza cogli abitanti dell'interno dell'Affrica. Il sovrano di Fezzan viene riconosciuto dal bascià di Tripoli sotto il nome di Scheik di Fezzan. I Fezzanesi sono neri grigi, poveri, ma di un carattere assai dolce. A Tripoli s'impiegano ne' più piccoli esercizj.
Abita due leghe lontano da Tripoli il maggior santo o marabotto del paese detto il leone. Ha un villaggio cinto di mura ove trovasi la moschea; gode il dono della santità ereditaria, come i santi di Marocco: il suo villaggio è un asilo inviolabile per i delinquenti, qualunque siano i loro misfatti, fosse anche l'assassinio del Pascià. Il leone attuale è un uomo d'oltre quarant'anni.
Le montagne più vicine alla città trovansi ad otto leghe verso il S., i di cui abitanti sono tributarj del Pascià.
In vista del pericolo non potendosi viaggiare isolati, molte carovane vanno e vengono di levante a ponente ne' tempi tranquilli. Le grandi carovane di Marocco, di Algeri, di Tunisi, e di El-Gerid quando intraprendono il viaggio della Mecca, riposano quivi quindici giorni: attualmente non possono viaggiare per le turbolenze che agitano quasi tutta la Barbaria e l'Egitto. Questa circostanza mi costrinse ad intraprendere per mare il tragitto di Alessandria, e di continuare in tal modo il mio pellegrinaggio alla casa di Dio.
CAPITOLO XXII.
Congedo d'Ali Bey dal Pascià di Tripoli. — Partenza alla volta di Alessandria. — Errore del Capitano. — Arrivo sulle coste della Morea. — Isola Sapienza. — Continuazione della strada. — Mancanza di viveri. — Ritorno a Sapienza. — Modone.
In conseguenza delle mie disposizioni sì allestì per il mio tragitto ad Alessandria un grosso bastimento Turco, che sortì dal porto di Tripoli il 26 gennajo 1806, colle mie genti ed i miei equipaggi, mentre io mi stavo ancora a Tripoli con due domestici, aspettandovi gli ordini dei Pascià, che mi aveva fatto prevenire che desiderava abbracciarmi avanti ch'io partissi.
Perchè il tempo passava, ed il Pascià non mandava a cercarmi, incominciai ad essere inquieto, come pure i miei amici, perchè il bastimento trovavasi già due miglia al largo, bordeggiando per aspettarmi.
Finalmente alle dodici ore del mattino ebbi ordine dal Pascià di recarmi al suo palazzo.
Mi accolse colla maggiore cordialità, mi fece sedere presso di lui, e rinnovò in una lunga conversazione i primi tentativi per indurmi a restare a Tripoli. Alzossi in uno slancio di cuore, e stando in piedi innanzi a me, mi disse: Io sono tuo fratello; che vuoi tu? parla. Lo accertai della mia riconoscenza, ma stetti fermo per la partenza. Poco dopo scherzando meco, condussemi ad una finestra, di dove vedevasi il bastimento che bordeggiava verso l'orizzonte, e prese a dirmi: vedete, vedete come vi aspetta. Avendo il bastimento tirato un colpo di cannone, soggiunse: egli vi chiama. Presi allora la parola per dirgli: in nome di Dio, mio amico, lasciatemi partire. Ci abbracciammo colle lagrime agli occhi, e partii accompagnato dai miei amici, e da alcuni suoi cortigiani. Trovai preparate al porto le scialuppe del Pascià: miei amici imbarcaronsi meco ad un'ora dopo mezzogiorno, e mi accompagnarono fino al bastimento, ove li congedai. Immediatamente dopo, il vascello si diresse al N. E. con buon vento, e si perdette ben tosto di vista la terra.